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20 luglio 2017
In Universale Economica
L'incipit di oggi: Tre bare bianche di Antonio Ungar
Una cosa tira l’altra.
Alle sette del mattino mi accingevo a eseguire la Terza sonata del maestro Kepis (sublime) quando si ruppe una corda del contrabbasso e spezzandosi emise un suono come quello di un gatto vivo a cui viene pestata la coda, fenomeno curioso perché la corda era fatta proprio di budella di gatto morto.
Un’ora dopo, alle otto, papà si rifiutò di andare a comprare il pane per la colazione nonostante l’avesse sempre fatto ogni mattina di ogni giorno con sollecita puntualità, in ciascun giorno degli ultimi quarant’anni. Non disse niente, papà. Semplicemente si rifiutò, così, senza fornire spiegazioni.
A mezzogiorno, tanto per concludere la mattinata, un giovanotto in maglietta arancione si avvicinò al tavolo di Pedro Akira, che stava mangiando cannelloni in salsa napoletana, gli disse all’orecchio due parole ben modulate (Prendi, aborto) per poi sparargli tre colpi alla testa, facendolo finire con la faccia nel piatto di cannelloni a occhi sbarrati. A differenza dei primi due eventi, quest’ultimo, fortunatamente, non è avvenuto in casa mia.

Una cosa tira l’altra, e questo era soltanto l’inizio. Mi riferisco alla testa che riposava nel piatto dei cannelloni. Pesante e immobile e sorda, attaccata al corpo compatto di Pedro Akira da un collo forte e virile. Innocente di tutte le conseguenze che la sua immobilità cominciava a scatenare fuori dal ristorante italiano, in altre teste e in altre strade meno secondarie e più cruciali. Conseguenze trasformatesi in azioni che adesso, viste da qui, alla distanza necessaria, sembrano frenetiche come formiche terrorizzate in fuga una dall’altra, formiche che scappano dalla propria ombra. Ma questo sarebbe accaduto più tardi, cinque ore dopo il primo evento memorabile della giornata, già brevemente descritto, la rottura della corda del mio contrabbasso, che non sembra degno di nota e invece lo è e chi segue questa vicenda se ne renderà conto.
Con la corda spezzata, seduto sullo sgabello del musicista come se fossi al centro di un pianeta disabitato, alle sette e un quarto del mattino dovetti accettare il fatto che quello sarebbe stato un giorno diverso dagli altri. Andai alla finestra, guardai per un istante il cielo (azzurro), sospirai come soltanto io so fare e decisi di svignarmela in corridoio il più discretamente possibile, cercando di calpestare solo le assi più silenziose del parquet per poi scendere le scale in punta di piedi e raggiungere infine la magnifica credenza a vetri, eredità della mamma, dove era custodita la riserva alcolica di famiglia. Cioè la mia riserva di alcolici, visto che papà è astemio fin dal 1974 e la famiglia si riduce a lui e me, in questa casa squallida e oscura nel quartiere La Esmeralda, scenario di eventi che non sono ancora entrati nel vivo. […]

Ogni giorno per te l'incipit di un libro Feltrinelli. Oggi Tre bare bianche di Antonio Ungar.
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copertina

Tre bare bianche
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