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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
24 gennaio 2022
In Universale Economica
La postfazione di Goffredo Fofi a New York Blues
Ci furono un tempo scrittori come Hammett e Chandler a raccontarci il “nero” della società in cui loro vivevano e noi non eravamo ancora entrati – piena di violenza, solitudine, folla, una grande città dove era facile perdersi, in tutti i sensi. A noi italiani sembrava letteratura esotica, come esotici furono a lungo la letteratura e il cinema statunitensi. Fino agli anni del boom, e anche se ci impressionavano molto James Cagney e John Garfield e Humphrey Bogart e Robert Mitchum, e le cattivissime Barbara Stanwyck e Lana Turner, e più tardi Marlon Brando “il selvaggio” e James Dean il male amato e Marilyn la sventata, eravamo ancora “poveri ma belli”, provinciali e mammoni, e capivamo poco di quel mondo, altrettanto lontano dal nostro di quello del western o della fantascienza. Solo Scerbanenco portava in cuore – in una Milano che cresceva, ma a dire il vero non metteva così paura – ossessioni già metropolitane, malattie da folla solitaria, e per questo a tanti di noi le sue apparivano forzature e non lo prendevamo troppo sul serio, mentre ci incatenava con più riconoscibili disperazioni di segnati dal destino il Simenon che andava oltre Maigret.
Poi tutto cambiò. Hammett e Chandler assursero lentamente alla dimensione di piccoli o grandi classici, e la letteratura di genere, la “Trivialliteratur”, fu riconosciuta perfino dall’università – è cosa recente, non ha motivazioni coerenti, e ha anche i suoi eccessi e le sue ridicolaggini – ma, soprattutto, mutarono il nostro habitat, la nostra società. Si passò direttamente, ha detto qualcuno, da un medioevo a un altro medioevo, che più tardi sarebbe stato chiamato post-moderno. Ad accompagnarci in questo passaggio e in questo declino furono molti scrittori, molti registi e altri artisti, e noi privilegiammo coscientemente quelli che aprivano al nuovo di una speranza generazionale e collettiva, ma ci lasciammo accompagnare, con istinto sicuro, dall’altra faccia della nostra vita associativa. Sentivamo sul fondo un sottile disagio, e ci aggredì lentamente, conquistandoci, la parte della notte che si nutriva di dubbio e tensione, di scontentezza e nevrosi, di tremore e paura.
Fu allora che riconoscemmo scrittori come Goodis il disperato, perdente assoluto, come Woolrich l’ansioso, circondato da pericoli tangibili provenienti dall’esterno e pericoli più gravi che premono da dentro, come Thompson il violento, che sa che il mondo è violenza e che la violenza non ha mai un senso, ma ciononostante è legge e ragione che corrompe la vita in comune.
Allo stesso modo, e senza soluzione di continuità, riconoscemmo (capimmo che ci appartenevano, che cominciavano a far saldamente parte della nostra realtà) piccoli maestri della fantascienza sociologica, tuttavia ancora attivi, che esplicitavano le tendenze in atto per farci più avvertiti e coscienti, ma più ancora quelli che dall’immaginario a vasto raggio scendevano (o salivano) a un immaginario maggiormente determinato dal concreto delle nuove insicurezze, perché il cosmo era in noi, o eravamo noi. Non solo ci ritrovammo nelle notti e negli incubi di Goodis, Woolrich, Thompson, ma anche in quelli – così prossimi e così simili – di Dick e Ballard…
Poi altri anni arrivarono e ci imposero di coprire le angosce con risibili e roboanti promesse politiche e pubblicitarie, con la perdita di identità e tradizione senza la capacità di cercare un nuovo che potesse davvero esaltarci e farci forti di una coscienza di dove stavamo andando e ancor meno di dove volevamo andare. Il noir si fece cultura davvero di massa, dapprima rivelando e poi, oggi e ora, finendo anch’esso per nascondere, mistificare, ingannare come tanta altra letteratura e tanta altra cultura di massa che ha perduto (a cui si è fatto perdere) la qualità di innalzare la cultura delle masse. Il noir è diventato un prodotto di largo consumo e un ulteriore sonnifero contro le insorgenze e le minacce del buio. Si scrivono, si stampano, si recensiscono, si vendono, si leggono troppi noir, e il noir ha perduto il suo veleno, che nei casi migliori o più neri era anche un antidoto. Si è fatto tranquillante invece che stimolante. Non serve più, nella pletora delle sue soluzioni, a capire, a chiedersi, a cercare un senso, a reagire.
In fondo, quali sono le cose che chiedevamo e che ancora ci ostiniamo a chiedere al noir, quali sono le cose che distinguono un noir bello e “utile” da uno brutto o mediocre, inutile? Direi tre.
La prima: la detection, l’investigazione, l’inchiesta, la scoperta di un mondo o di ciò che sta dietro il mondo come esso ci appare, a volte una rivelazione a volte una conferma.
La seconda: lo stile. Uno scrittore è tale se sa fare bene il suo mestiere, se pretende da se stesso il meglio che può dare, se ha qualcosa da dire che sia più di un’abilità scrittoria e combinatoria. Ci sono troppi scrittori che scrivono senza urgenza e motivo, perché è di moda e perché non lo considerano un vero lavoro, e non soltanto non pretendono il meglio da se stessi ma pretendono dal lettore la stessa supina acquiescenza che chiede loro, mettiamo, la televisione.
La terza: be’, la terza è proprio l’angoscia, ovvero quella coscienza del male del mondo, quella domanda e quel timore che noi, figli tutti di Caino, proviamo di fronte alla nostra fragilità e miseria morale e, dunque, civile. Di fronte alle nostre inadempienze e ai nostri istinti, alle nostre pulsioni e a quelle degli altri, che magari neghiamo, ma che sappiamo, in fondo, appartenere anche a noi.
La letteratura noir è una letteratura che interroga e si spaventa, ha grandi ascendenze e grandi ragioni, non può accontentarsi di diventare una variante della letteratura “gialla”, quali che siano i meriti di quella, fatta per divertire con il crimine e i quiz su “chi è stato”, di consolare confortando i nostri sottili istinti sadici, di procurarci sonni tranquilli invece di spingerci a tuffarci nella notte, come fa il noir. Gli scrittori di gialli e di noir pulitini, che recitano il male senza sporcarcisi, puntano sulla trovata più che sulla ripetizione e, quando le hanno, le loro sono manie accuratamente disinfettate, calibrate al gusto del giorno e alle richieste dei lettori più pigri, degli editori più venali. Gli scrittori di noir che noi amiamo sono in realtà quelli che sentiamo coinvolti nelle loro ossessioni, prigionieri delle loro nevrosi, oppure quelli lucidamente coscienti della necessità di raccontare un mondo sgradevole, dandoci qualche chiave per penetrarlo, e cioè per impadronirci meglio dei suoi meccanismi oltre ogni apparenza e ogni menzogna sociale. Per intenderci, sul primo versante potremmo portare ad esempio un Derek Raymond, sul secondo un James Sallis, scrittori a loro modo necessari.
Cornell Woolrich è stato un maestro del primo tipo, morbosamente coinvolto nelle sue storie. Con l’abilità del mestiere ha lavorato – niente di male in questo – per un pubblico spesso rozzo e “comune” ma lo ha fatto senza sentirsene sminuito. Non ha aspirato a qualcosa di più, e il suo confinarsi nel genere è stato una difesa e una lezione. Non sarebbe stato lo scrittore che è stato, però, se non fosse stato portatore di un disagio personale radicato e reale, di un disadattamento, di un panico di fronte all’esistenza, di una profonda difficoltà del vivere. Omosessuale, ha cercato la donna come pochi – e nei suoi romanzi è molto spesso la donna la vera eroina, la salvatrice, e non solo la fredda e astuta criminale che danna il maschio caduto nella rete che ella ha teso per lui. A volte è stata “la donna fantasma”, l’incontro casuale, colei che può svelare al protagonista se egli è un assassino oppure una vittima. (Non si dimentichi, a proposito dei personaggi femminili, che Si parte alle sei, romanzo breve o racconto lungo, è una delle più belle storie d’amore raccontate dalla letteratura statunitense e non solo, anche se – e forse perché – imbevuta di suspense, calata nella paura di non farcela a salvarsi, e a salvare così il proprio sentimento e la promessa di una possibile felicità). Masochista, ha raccontato come pochi l’impotenza ad agire, la condanna di un’attesa paurosa, la minaccia di una soluzione mortale. Animale cittadino e lunare, si è calato nei luoghi della notte, attratto dai fetidi alberghetti, dai bar di alcolisti perduti, dall’asfalto bagnato dalla pioggia, dai taxi anonimi, dalle porte sul retro e dalle scale antincendio, dalla vita nascosta degli altri e dalle loro sconfitte o malvagità. Si è mescolato ai rifiuti della città come lui disperati, ha cercato un contatto e un incontro con chi gli somigliava, ha scrutato la vita come l’impotente voyeur del capolavoro hitchcockiano tratto da un suo racconto, La finestra sul cortile.
A quanti film non ha dato origine un suo testo, a quanti non ha contribuito indirettamente e senza saperlo con spunti e suggestioni rubati alla sua opera? Maestro della tensione, il cinema gli deve L’uomo leopardo e La donna fantasma, L’angelo nero e Incatenata, due versioni del racconto Incubo, due di Il ragazzo che gridava al lupo (La finestra socchiusa è un gioiello del noir cinematografico di scuola Rko) e tre di Ho sposato un’ombra, la migliore delle quali con Barbara Stanwyck (Non voglio perderti), il citato capolavoro di Hitchcock, La notte ha mille occhi con Edward G. Robinson veggente, due film di Truffaut che hanno al centro temibili e affascinanti personaggi femminili interpretati da Jeanne Moreau (La sposa in nero) e Catherine Deneuve (La mia droga si chiama Julie), l’ottimo Martha di Fassbinder dal racconto Per il resto dei suoi giorni, dieci altri e perfino un improbabile film italiano, La pupa del gangster con la coppia Loren-Mastroianni dal racconto Collared (“Acciuffata”, “Presa”).
Altri adattamenti certo verranno, anche perché Woolrich ha scritto romanzi con più pseudonimi, tra loro non diversi per impegno e risultato da quelli firmati col suo vero nome. Ambiguo, malsano, Woolrich ha capito quanto può scaturire di ambiguo e malsano dall’intreccio di bene e male che risiede in ciascuno, ha capito il male di cui siamo capaci se l’occasione se ne presenta, ha dato forma alla minaccia che ci circonda, determinata dal caso e dalla spietatezza di un ordine sociale, all’oscurità di cui possiamo essere o voler essere prigionieri, al nostro bisogno di assoluzione e alla nostra tendenza a punirci, alla paranoia della condanna, alla solitudine più terribile e al bisogno d’amore più disperato. Non sempre è stato un grande scrittore e spesso ha concesso al pulp più del dovuto, ma quante volte non è riuscito a catturarci nel suo labirinto senza uscita, attraverso storie implacabili e concatenazioni serrate, e a far diventare nostri la sua paura del mondo e il suo panico di fronte alla fragilità della nostra condizione e all’imperscrutabilità dei nostri destini?

Goffredo Fofi
copertina

New York Blues
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