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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
18 settembre 2020
In Universale Economica
Ornella Civardi intervista Efraim Medina Reyes
Tratto da "La Voce Nuova di Piacenza", 11 settembre 2002

Dov’è finita tutta quell’atmosfera che ci raccontano? La tua America Latina è vera o è un universo fittizio cucito su misura per i tuoi stati mentali?
Se c’è qualcosa di fittizio, piuttosto, è la Colombia da cartolina illustrata che spacciano autori come García Marquez, vecchi d’anni e di mente. Gente che per cercare la Letteratura volta le spalle alla vita. Hanno diffuso un mucchio di stereotipi: una volta una ragazza norvegese mi ha chiesto come mai scopavo così male per essere un latino. Senza contare che molti, all’estero, sono convinti che noi parliamo con le mucche. Invece solo lui ci parla, García Marketing. L’ho chiamato così una volta, perché ha trovato la formula perfetta del libro che vende. Anche da noi, intendiamoci, ma non certo a quelli della mia generazione. La mia generazione vive per il 70% nelle città e ha gli stessi problemi, gli stessi sogni, la stessa musica di chi sta in qualsiasi altra metropoli europea o americana. Noi, in quella Colombia rurale e folcloristica, non ci riconosciamo. Davanti alla TV, nei cinema, abbiamo assorbito come tutti il mito americano e ci stiamo sforzando di metabolizzarlo.

Anche la tua scrittura pesca i codici dal filone del romanzo "duro" americano?
Ho alcune passioni americane, come Capote o Bukowski, ma non mi ritrovo nella loro scrittura, anche perché nasce in una lingua diversa e questa è una distanza definitiva. Al massimo posso confrontarmi con la traduzione spagnola di questi autori. E poi io sperimento, loro sono classici (e scrivono molto meglio di me). No, penso che mi abbia segnato di più l’interiorità tormentata di Cesare Pavese. Anche quando parlo di alcol o erba non sto ricalcando dei luoghi letterari: in Colombia siamo 40 milioni di Bukoswki, permanentemente ubriachi, e se usciamo con gli amici, andiamo a bere. Ho descritto il mio branco, con poche licenze poetiche.

Quel non so che di adolescenziale che nel tuo libro ha stregato i ragazzini è un motivo autobiografico?
Per certi versi sì. Ho voluto ironizzare su un periodo trascorso della mia vita, su un ridicolo modello di macho americano che all’epoca avevo in testa. Il libro che ho scritto dopo, Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin, che in Italia uscirà il prossimo anno, è già più adulto; lì c’è un personaggio che guarda Rep, il protagonista del primo libro, con occhi già distaccati.

Forse di adolescenziale ha soprattutto quella carica di rabbia, di ribellione mal gestita che fa muovere i personaggi con una vitalità cieca, qualche volta autolesionista. Ma qual è il mondo che si sforzano di respingere, anche facendosi male?
Se nasci in un paese sudamericano, da subito sei condannato a guardare una TV dove la gente perfetta è bianca, ricca e abita lontano. Per un po’ di anni sei sicuro che da grande diventerai così anche tu, poi di colpo apri gli occhi e ti vedi davanti una vita da fallito, e ti disprezzi per non essere come la TV ti aveva chiesto di essere. Loro hanno case bellissime, macchine bellissime, soprattutto donne bellissime, mentre tu sai per certo che non potrai mai scopare con Sharon Stone e che la tua squadra di basket non vincerà mai contro una squadra americana. O ti uccidi, o impari a riderti addosso. Perché chi ha perso e non ride diventa un fallito. Per questo con alcuni amici ho fondato la ditta "Fallimento srl", che aveva per slogan: "Dove c’è bisogno di un fiasco, noi ci saremo". Non mi nascondo niente. Non dico, come certi altri perdenti, che sto bene così. Io volevo essere ricco, bello come Brad Pitt, e scopare con Sharon Stone, c’è poco da fare.

Il tuo libro, al di là del caos apparente, sembra strutturato, o destrutturato, con cura…
Ci sono casi in cui la semplicità e l’immediatezza sono il frutto di una lunga elaborazione. Io ho cercato una scrittura piana e d’impatto perché volevo parlare ai più giovani, e a tanti di loro. È troppo facile fare il Philip Glass, costruire una musica ostica e incomprensibile per dare l’illusione, a chi l’ascolta, di essere un duro, un intellettuale. Il prossimo libro sarà altrettanto frammentato, ma in modo ancora diverso. Ho costruito una storia in cui si possa entrare da molti varchi, percorribile secondo molte direzioni e in cui giochino svariati generi, dal comico al cinematografico, allo scientifico, al pubblicitario. Contiene per esempio un "Manuale di seduzione in 9 semplici lezioni" e un vademecum, intitolato "Apprendistato con la foca", per trasformarsi in pochi minuti da perfetto cretino a uomo di grande fascino.

E l’Italia, come si colloca tra le tue molte idiosincrasie?
Beh, mi sono imbattuto anche in gente ripugnante come Bruno Vespa e Vittorio Sgarbi, ma in generale gli italiani mi piacciono, mi piace anche quel loro carattere freddo, così diverso dal nostro. Solo, mi lascia perplesso il vostro rapporto col calcio. Per voi il calcio è un po’ come la coca per gli americani. Anche a me piace, ma sono abituato a parlarne per divertimento, qui la gente ne parla come se fosse un argomento intellettuale. In ogni modo, la cosa più bella che mi sia capitata in Italia è stata conoscere Paolo Villaggio. Una mattina, all’alba delle 8, sono uscito a cercare un bar per bere qualcosa di forte. A quell’ora, in giro per Venezia c’era solo lui, anche lui a caccia d’alcol: è stata amicizia folgorante.

Le cose che ami definitivamente?
I sinceri, il rock classico che ti va dritto al cuore, le donne, terribilmente. E questo bambino che ha ascoltato tutta l’intervista in silenzio.

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  Ornella Civardi intervista Efraim Medina Reyes

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