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21 novembre 2017
In Universale Economica
Intervista a Daniele Benati su Cani dell'inferno
a cura della redazione di www.feltrinelli.it
Daniele Benati ha scritto questo nuovo romanzo che si chiama Cani dell'inferno e ora gli faremo un po' di domande per capire come entrare in questo romanzo. Allora, la prima domanda è molto semplice: perché Cani dell' inferno, chi sono i cani dell'inferno...
Beh, si potrebbe partire proprio dall'epigrafe che ho messo all'inizio del libro, una quartina presa da un blues di Robert Johnson nella quale egli parla di cani infernali che lo stanno inseguendo. Il riferimento è a una leggenda che riguarda la vita stessa di Robert Johnson, secondo la quale egli avrebbe venduto l'anima al diavolo per diventare un grande musicista, ritrovandosi poi con questi cani alle calcagna che rivogliono indietro la sua anima. Nel libro questo tipo di situazione si riflette in maniera quasi analoga perché tutti i personaggi che parlano e raccontano, hanno in fondo qualcosa da pagare, nonostante questa cosa a volte possa assumere le caratteristiche illusorie di un premio, come potrebbe essere un lavoro di prestigio all'estero, in un posto che potrebbe essere identificato con l'America. Poi però si capisce che non si tratta di un premio ma di una pena da scontare. Questi cani, quindi, compaiono spesso, a volte come allucinazioni visive, a volte come allucinazioni uditive, a volte proprio fisicamente, a testimonianza di questa colpa che i protagonisti devono scontare e di cui subito non hanno la consapevolezza.

Accennavi ai personaggi. I personaggi di questo romanzo hanno tutti un nome che comincia con la p, ma questo lo lasceremo al mistero legato all'autore del personaggio che inizia con la p: Piciorla, Pavera, Perlasca, Picaglia, Polis, Pokerman e via dicendo ed è come se l'uno ricevesse il testimone dall'altro. In buona sostanza, che cosa sono questi nomi, qual è la storia che raccontano?
A un certo punto del libro si dice, in un dialogo tra due di questi personaggi : "... si vede che quest'anno il ministero deportava in America tutti quelli che cominciano con la P..." Questo ha a che fare col fatto che i personaggi in questione vengono dall'Italia e sono mandati in una città americana in cui esiste una grande università nella quale dovrebbero insegnare, ma anche lì è strano perché per arrivarci devono passare attraverso i cessi di un McDonald's e il più delle volte si perdono nei meandri di questo gigantesco edificio che contiene anche un albergo e innumerevoli appartamenti (oltre all'università e al McDonald's) - e non capiscono più cosa si trovano lì a fare... La questione dei loro nomi, poi, è nata del tutto casualmente - una risposta potrebbe essere che mi piacevano i nomi che cominciano con la p. Poi ho sfruttato il fatto che stavo raccontando di una schiera di gente che in fondo è stata deportata e allora la ripetizione della lettera iniziale poteva essere assunta come un criterio per la selezione della gente da deportare - un criterio assurdo e insensato, ma non tanto più assurdo e insensato di quelli escogitati nella storia del mondo per effettuare, appunto, deportazioni di massa. Tutti questi personaggi, infatti, si accorgono di essere un po' come dei proscritti, dei deportati in un altro paese nel quale devono vivere a domicilio coatto, con la differenza che il posto in cui sono andati a finire non è un posto culturalmente arretrato e isolato dal mondo - come poteva essere un tempo la Lucania - ma è un grande centro internazionale e cosmopolita come lo è la maggior parte delle metropoli americane. Qui però i personaggi si trovano a scoprire il vuoto del loro mandato e quindi a non avere più aderenza, in termini di vita, con quello che sono stati chiamati a fare e si ritrovano il più delle volte in una penosa solitudine, che cercano di alleviare col bere, o pensando alla donne. Magari in alcuni di loro sopravvive una qualche velleità letteraria e allora con slancio da megalomani cercano di metter mano a un trattato o a un lungo poema, che poi però rimarrà incompiuto o non sarà nemmeno iniziato e non li condurrà da nessuna parte se non al fallimento.

A questo punto una domanda più generale ma che ha a che fare con quanto detto finora: come è nata l'idea di questo romanzo?
Non mi piace scrivere in modo autobiografico, però il libro è il frutto di un lungo soggiorno in America, durato sette anni, durante i quali ho insegnato, e devo dire, però, che per tutto il periodo in cui sono rimasto in America, non sono mai riuscito ad afferrare ciò che, dell'America, avrei voluto raccontare. Questo mi è successo dopo, quando questa storia è finita e sono ritornato in Europa. Però potrei far risalire l'idea iniziale a una giornata in particolare. In quel periodo Gianni Celati è venuto spesso a trovarmi. A volte veniva perché aveva anche lui delle cose da fare negli Stati Uniti, altre volte, più semplicemente, perché siamo amici. Lui è un grande camminatore per cui voleva sempre che andassi con lui a fare delle passeggiate lungo il Charles river, il fiume di Boston. Una domenica mattina abbiamo fatto una lunga camminata lungo il fiume e, attraversato il ponte, siamo finiti in uno slargo che si chiama Kenmore; sul quale si affacciava un grande McDonald's che stava per aprire. Era una mattina di febbraio molto fredda e c'erano diversi barboni davanti al McDonald's che aspettavano l'apertura per entrare a scaldarsi con un caffè; così siamo entrati anche noi, un po' incuriositi da questa strana clientela e ci siamo messi a guardarli, cercando di ascoltare i loro discorsi; sembrava ci fosse una gerarchia fra di loro. Ad un certo punto Gianni mi ha detto: "Perché non provi a scrivere qualcosa del genere, immaginando un McDonald's pieno di barboni?", ed è quello che è successo, perché poi, pian piano, sono partito da una storia che è diventata un capitolo del libro e dopo ho scritto tutto quello le serviva intorno.

Ecco, quindi l'America, questa mattinata,  quest'idea... Che tipo di America esce da questo romanzo, come la senti tu...
Anche questa è una risposta un po' autobiografica. L'America descritta nel libro non è l'America che può essere percepita da uno studente che ci va a venti, venticinque anni. Ma non è nemmeno quella dura che tanti immigrati hanno conosciuto. Io fondo godevo di una posizione privilegiata dal punto di vista lavorativo. Quello però che mi colpiva di più era la povertà delle relazioni umane. Sarà perché sono emiliano e abituato a un altro tipo di vita sociale, ma era spesso penoso avere a che fare con gli americani durante gli striminziti momenti di socialità, perché avevi l'impressione che loro stessero lavorando anche in quel momento, anzi che quella fosse proprio la parte più faticosa del loro lavoro. E nel mio libro credo che emerga questa situazione, che è una delle più tipiche in cui si possa incappare in America: quel senso di grande solitudine che l'America ti butta addosso come condizione esistenziale. Per quanto riguarda l'America descritta, c'è una parte di descrizione relativa alla città di Boston che è abbastanza realistica ma, in fondo, il luogo che forma il setting del libro è un accavallamento, se così posso dire, o una sovrapposizione, dei luoghi stessi in cui ho vissuto - ho traslocato tre volte quando ero lì - e questi posti si sono un po' affastellati nella mia memoria nel momento in cui descrivevo i luoghi in cui si svolgeva l'azione. Ho creato così una specie di complesso architettonico molto incoerente proprio perché si tratta di luoghi che mi si erano affastellati nella memoria e ora li vedevo in questo modo, come in un disegno di Grosz.

In questo affastellarsi esce una visione, sia del racconto, sia della stessa esistenza, che sembra un miracoloso fondersi di tragico e di buffo. C'è dietro forse tutta una filosofia generale e forse anche una filosofia del guardare le cose e del raccontarle...
Credo che abbia a che fare un po' anche con gli scrittori che piacciono a me. A me non piace molto questa distinzione netta che c'è fra il tragico e il comico anche perché, se devo dire la verità,  gran parte degli scrittori che mi piacciono sono erroneamente definiti comici, e dico erroneamente perché poi, in fondo, dietro la loro comicità si nasconde una profonda riflessione sul mondo e, a volte, una sua percezione negativa ... io non riesco proprio a scindere le due cose per cui mi sembra che, come ha scritto un autore emiliano a cui sono molto legato, Learco Pignagnoli: "se in uno scritto non c'è niente di comico vuol dire che non c'è niente di tragico e se non c'è niente di tragico che valore vuoi che abbia?" Certo, questi non possono essere dei proclami o dei progetti  da seguire, sono cose che nascono proprio, credo, da un certo uso che si fa della lingua... non sono cose che si possono programmare a tavolino, ma solo facendo un certo uso della lingua, seguendo un suo particolare ritmo, capita di trovarsi a risolvere certe situazioni tragiche in modo comico o viceversa. Ma non lo si può fare come programma.

bbene, ora un'altra domanda a cui già in parte hai risposto ma vogliamo magari anche dei nomi. In quale orizzonte culturale di letture e di predilezioni si situa la tua scrittura...
Adesso mi costringi a fare dei nomi grossi, ai quali, però non voglio certo mettermi vicino: sono semplicemente delle mie passioni di lettore. Il primo scrittore a cui penso è Franz Kafka. Credo che ci sia nella nostra letteratura europea un filo che da Kafka porta a Beckett e a uno scrittore come Thomas Bernhard. Per stare nell'ambito italiano, molte pagine di Gianni Celati rientrano bene in quanto dicevo prima a proposito della comicità e della tragicità, così come quelle di Ermanno Cavazzoni, fino ad arrivare  a scrittori degli ultimi anni come Paolo Nori e Ugo Cornia.

Una curiosità. Dentro questo romanzo, già a partire dal titolo, oltre alla citazione di cui si diceva in apertura, c'è anche Dante, un Dante un po' speciale, un Dante ispanico o almeno in spagnolo. Come mai?
Nel libro si parla e poi compare una musa ispiratrice. Dante attraversa il libro come una specie di satellite che sta lontano dalla testa dell'autore, dalla testa delle persone che narrano, ma che è presente proprio come un satellite che dallo spazio profondo manda dei segnali che ti indicano una strada. Naturalmente la sua vicenda tutti la conoscono e nel libro compare come esempio che può anche dare sollievo in una situazione come quella vissuta da questi esuli, esuli in un altro mondo, in un altrove che non riescono a capire bene fino in fondo e che potrebbe anche essere un inferno, un inferno che gli è stato regalato. Il motivo per cui Dante, alla fine, viene citato in spagnolo è, prima di tutto, legato al fatto che all'interno delle varie storie c'è il filo di una lingua diversa dall'italiano che, in parte, è uno spagnolo un po' maccheronico. Mi serviva, strumentalmente, citare Dante in spagnolo proprio perché dà una specie di straniamento all'intera faccenda. Non si tratta delle solite citazioni che vengono fatte di un autore, hanno, piuttosto, la funzione di dare un'idea di stranezza del luogo, in cui queste persone assorbono, magari, l'influenza di questo grande poeta.

C ondanna, inferno... a me sembra che uno degli elementi più significativi della condanna che questi esuli, questi proscritti subiscono è la ripetizione. Non c'è niente di più buffo e tragico di trovarsi a ripetere sempre le stesse cose, senza sapere se le hai già fatte oppure no, e questa è una sensazione che passa continuamente attraverso il romanzo. Parlando di buffo, c'è addirittura qualcosa che fa venire in mente il cinema comico. Perché questa condanna all'iterazione, alla ripetizione?
Dal punto di vista tecnico, la ripetizione è sempre uno strumento valido per creare comicità, una comicità che non appartiene alla gag ma che è, come dicevo prima, di tipo linguistico. Quello che voglio aggiungere è che la cosa ripetuta fa sì che il significato della cosa stessa venga annullato. C'è una perdita di senso notevole in tutto quello che si ripete: tant'è che anche una cosa che eccita alla fine non eccita più se viene ripetuta. Questo, però, è chiaro fin dall'inizio; nelle prime pagine del libro un personaggio dice di non credere più in niente perché tutto gli sembra falso. Ora, egli stesso nel ripetere questa cosa, la fa diventare falsa, anche se la ritiene vera. C'è una perdita di senso nella ripetizione anche se può dare un effetto comico. Poi volevo aggiungere un'ultima cosa. L'artificio della ripetizione, che ritorna anche alla fine del libro, è legato, in parte, a un autore che io amo molto e che non ho voluto citare prima insieme agli altri, cioè Flann O'Brien. Le righe finali del libro, infatti, riguardano la ripetizione dell'intera avventura, che dovrebbe ricominciare daccapo, creando una specie di anticipato sfinimento che è legato a un'idea espressa da Flann O'Brien in una noticina posta in chiusura de Il terzo poliziotto, quando dice che "l'inferno non fa che girare e girare. Di forma è circolare, e per natura è interminabile, ripetitivo, e pressoché insopportabile".
copertina

Cani dell'inferno
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  Intervista a Daniele Benati su Cani dell'inferno

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