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20 gennaio 2022
In Universale Economica
"www.scriptamanent.net" , 01/12/2006
Sonia Vazzano , Miriàm: il volto materno di Dio sulla nostra terra

Piccoli semi d’infinito, quelli che aiutano a riflettere sul senso di una Fede che non smette mai di stupire, in un senso o nell’altro. Emozioni differenti e contrastanti, di un Dio che vorremmo calato nel nostro orizzonte troppo umano, al quale chiediamo un po’ di tempo per mostrargli gli orrori del mondo e da cui vorremmo più spesso udire parole di gioia. Invece fatichiamo a sentire i suoi richiami e lui i nostri, così deboli e scarni. E a chi non lo chiama mai rimane in bocca l’amaro di un incompiuto seme d’infinito, che non si è riusciti a far fruttificare al meglio, o per nulla, finché si era in tempo. Così il seme si è appassito e la pianta non è germogliata. Ma c’è un seme che non muore e una pianta che fa sempre frutti. I migliori che il Creatore ci dona, sia esso un orologiaio oppure un Dio Vivente. È il seme che si fa generazione, quello della vita, quello della madre, l’unica creatura che sola può essere al “pari” di un Dio: nel figlio cui dà la vita. Madre come tutte le madri? Ci è capitato spesso di udire i racconti fantastici di donne che, da poco, hanno saputo svelare in se stesse il mistero della vita. Parole piene di gemme, calde e mai ripetitive, che abbiamo di nascosto serbato nel nostro cuore per motivi differenti: sperando di viverle o solo di poterle gustare nella vicinanza, dalle persone a noi care. Difficile calarsi davvero nel ventre di una madre, per poter raccontare del suo tesoro, se non si è veramente avuta l’occasione di respirare il suo calore, di sentire la sua esistenza. Proprio per tali motivi ci stupisce, e allo stesso tempo ci arricchisce, lo sforzo di Erri De Luca nel tentare di farlo per mezzo del suo In nome della madre, un libro ricco di pagine, fin dalla loro Premessa, tanto agili da sembrare quasi sterili, eppure così intense da risultare lievi soffi di vento generatore. Pagine che svelano l’inconsueta capacità di un uomo di calarsi all’interno delle emozioni più intense di una donna, della donna per eccellenza, della madre, di colei che segna come Dio, e forse ancor più per mezzo di se stessa, l’esistenza umana. Per questo colpisce come la descrizione di pensieri, gesti, sguardi, odori risulti così puntuale, speciale, vera. Sono le considerazioni di un uomo che non si vergogna di sostenere come, in una tale storia, il concorso maschile non sia che «senza peso, lo sputo di un minuto. È il racconto dell’accoglienza di una natività, del crescerla all’interno del proprio corpo fino al massimo prodigio, quello che Miriàm/Maria compie da sola perché In nome del padre: inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura la vita. Quella stessa che Miriàm sembra avere insita nel suo nome di per sé generativo; come un pensiero dell’origine e sull’origine in esso contenuto, fatto di due diverse ‘emme’: quella che apre il nome e quella che lo chiude; questa chiusa da tutti i lati, la prima aperta verso il basso, quasi fosse ‘incinta’, come la madre di cui porta il nome. Il Prologo che segue la Premessa, appare come un tempo infinito di accoglimento della parola, quella per la quale Miriàm resta incinta dopo l’annuncio di un angelo. È il racconto, se ancora non si fosse compreso, dei nove mesi più importanti dell’esistenza della vita di Maria, che la religione cristiana venera quasi al pari del Figlio; una Figlia del suo Figlio, che dice il suo ‘sì’ ad un angelo, facendosi d’improvviso madre generosa e rimanendo in sé stessa donna. Donna nel senso più alto e puro del termine, ma donna pure nel senso più umano e terreno. Una donna come tante altre, una madre come quelle che abbiamo la fortuna di avere accanto. Sempre a loro modo così terrene e divine. Parole nel vento: domande che non trovano risposte, ma solo promesse La Prima stanza si apre con la riflessione di Miriàm su quelle «parole che sono semi, trasformano un corpo di donna in zolla di terra». È il racconto della generazione che parte dalla rivelazione di un angelo e che riesce a trasformare il semplice corpo di una donna in terreno fertile, in zolla di vita. Mentre Miriàm rimane muta, così pronta ad accogliere, senza badare troppo alle promesse. Così terrena e celeste Miriàm, che sognava tutto e niente: quel figlio le basta; le basterà per sempre. Particolare il discorso seguente che De Luca costruisce su Miriàm e Iosef, suo promesso sposo. È lo sfogo di una donna che si trova ad aspettare un figlio senza aver mai conosciuto uomo; che percepisce il turbamento del suo promesso, ma sottolinea pure quanto in un tale scompiglio fosse «ancora più bello». Ci piace questa immagine nuova di Miriàm, questa immagine che la chiesa, forse, non ci dona, ma che la Fede può regalarci. Non per convincerci di questa, piuttosto che dei dogmi, ma solo per gettare un ponte: quello tra l’intera umanità e una religione che a volte si fa lontana, forse solo perché dimentica la condizione umana, al contrario, per nulla dimenticata nel reale messaggio evangelico. Iosef chiede a Miriàm dell’angelo, ma lei sembra non ricordare troppo bene quell’incontro. Si sforza, ma non sull’annuncio si era soffermata; era l’annunciato che le importava davvero e su quello non aveva nulla da dire, ma tutto da tenere per sé. Così il suo provare a ricordare non era altro che immensa allegria, «una festa per quella nicchia in corpo che mi faceva madre senza aiuto di uomo». Invece Iosef insiste, vuole sapere, per comportarsi di conseguenza, perché «Gli uomini danno tanta importanza alle parole […]. Iosef le voleva per poterle serbare, riferire». Anche Miriàm che oggi non comprende questo ‘serbare’ lo farà proprio un giorno quando, ormai madre, vedrà il proprio figlio lavorare per l’eterno, rimanendo anche lì muta. Quello che un tale dialogo ci svela è la distanza che sembra separare Miriàm dall’universo maschile, nel tentativo di trasfigurare l’incontro dell’angelo nel suo racconto a Iosef, in un incontro peraltro difficoltoso e non previsto: così «Mentre parlava io diventavo madre. Gli uomini hanno bisogno di parole per consistere, quelle dell’angelo per me erano vento da lasciar andare. Portava parole e semi, a me ne bastava uno. […] Con le mani intrecciate sul ventre piatto mi toccavo la pelle per sentire sulla punta delle dita la mia vita cambiata. Era per me il giorno uno della creazione». L’incontro con Iosef non produce i frutti sperati; i due giovani non sanno ancora bene cosa fare, eppure Miriàm è felice, così tanto da volere abbracciare il suo promesso, per il quale comincia a nutrire una tenerezza a lei finora sconosciuta, riuscendo per ciò a non arrossire, convinta di essere nel giusto. E poi Iosef le aveva creduto. De Luca si sofferma dapprima sul silenzio di Miriàm, che cambia perché non rimane più ‘in silenzio’, quindi sulla sua felicità estrema, quella di una donna che si sente amata, creduta, importante per il suo uomo: «Contro ogni evidenza si affidava a me. […] E aveva visto la sua Miriàm per la prima volta, perché era la prima volta che lo guardavo in faccia senza abbassare la fronte, come neanche le mogli osano fare. Mi aveva creduto, ero felice e calda di gratitudine per lui. “Fai quello che è giusto, Iosef. Io oggi sono tua più di prima, più della promessa”». Due ‘sì’, un unico amore Nella Seconda stanza si racconta dei giorni e dei mesi seguenti l’annuncio. Dal sogno di Iosef, al quale un angelo ordinò cosa fare, alla sua presa di posizione, per cui comunicò alla sua famiglia che avrebbe sposato, come stabilito, Miriàm in settembre, sebbene lei fosse incinta di un figlio non ‘suo’. E Miriàm si rende conto di come «Grandinavano insulti sulle sue spalle. Si stava facendo lapidare al mio posto. E io non potevo stargli vicino, baciargli le mani, farlo sorridere, perché sorrideva sempre al mio sorriso». Così il ventre cominciò a crescere e la vita di Miriàm e Iosef a cambiare. Dalla poca attenzione che questi serbava per la sua gente, agli sguardi indirizzati verso quel grembo, per i quali, singolare e troppo umana anche in questo, Miriàm rispondeva dicendo a bassa voce: «“Lo stesso pure a voi, benedizione per benedizione”. Avevo paura del loro malocchio. Però ero felice. Essere piena, crescere come la luna, contare le settimane come per il travaso del vino, non avere il ciclo, tutto era una purezza che mi ubriacava di gioia. Di notte scostavo la tenda e respiravo il vento del cielo». Accanto al ‘sì’ di Miriàm la stessa risposta di Iosef, «che sapeva dire sì» alla sua promessa e «no a tutto il resto del mondo». Miriàm comincia così a parlare a suo figlio, a raccontargli ciò che lo attende, soprattutto le cose belle, la luce, il respiro. Si tratta di risposte domandate in silenzio, che ogni madre crede di udire dal proprio figlio; uniche e irripetibili, come unica è la creatura che Miriàm sente di avere dentro. Anche in questo profondamente umana, ma soprattutto divina: «Va bene, rassomiglierai a loro, avrai il moccio al naso e farai starnuti. Però sei stato messo dentro di me da un fiato di parole, non da un seme. Sarai pieno di vento». E arriva col vento il tempo delle nozze, a fine estate, quando Iosef le prese la mano, tremante nel far riposare quella dell’amata nella sua. È la realizzazione piena dell’amore, quello che Miriàm dava a suo figlio e riceveva, forse in ugual quantità, da Iosef. Già ‘suo figlio’, come le diceva l’amato: «“Miriàm, aspetterò la nascita di tuo figlio per toccarti”»; mentre lei rispondeva: «“È anche figlio tuo, Iosef, hai difeso la sua vita. È figlio tuo due volte perché hai dato anche alla madre una seconda vita”». Ma non c’era verso di persuaderlo: «“È figlio tuo, Miriàm, ma per il mondo io sarò suo padre. […] Non temere, Miriàm, sarò suo padre, ma lui è tuo”». Si tratta di una appartenenza che Miriàm sa già di non poter custodire a lungo; sente che il suo bambino sa e sta nei suoi pensieri, occupa non solo lo spazio del suo grembo, ma quello dell’intero suo essere, ed è tuttavia consapevole che appena nato la svuoterà «come un guscio di noce». Per questo vorrebbe quasi quel momento non arrivasse mai. La scena più dolce che descrive l’amore di Iosef per Miriàm, un amore sul quale in genere non siamo abituati a soffermarci, è quella in cui egli le parla della grazia: «“È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. È un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”». Parole «da meritarsi abbracci»; parole proferite senza una minima carezza, quelle di un «innamorato cotto», secondo Miriàm. Una meditazione, quella di De Luca – ci piace chiamarla così –, sempre seria e rispettosa, sempre pura, nonostante a volte risulti molto terrena. Perfino nei racconti della vita di ogni giorno: l’apparizione della cometa, cattivo presagio per la gente di Nazareth, ma che piaceva tanto a Miriàm; i pensieri sul futuro del bambino; lo spezzare il pane di Iosef, cui il piccolo nel grembo della madre rispondeva muovendosi. E le continue attenzioni di un uomo che non smetteva mai di rincuorare la ‘sua’ donna per i giudizi della gente: «“Nessuno ha torto, Miriàm. Il fatto è che tu sei la più speciale eccezione e loro non hanno cuore sufficiente per intenderla e giudicarla. […] Per loro tu sei pietra d’inciampo, per me sei la pietra angolare da cui inizia la casa”». «“Da dove prendi la forza di stare da solo contro tutti Iosef?”», chiedeva Miriàm: «“Da te”», egli rispondeva. Sarà pure In nome della madre, sarà pure che Iosef non è il ‘vero’ padre del bambino di Miriàm, ma in queste pagine di De Luca non c’è solo lo splendore di una giovane che sta per avere un figlio, ma la forza, l’amore e la fiducia di un uomo che non sembra poi solo terreno. Quasi paradossale che sia così: Iosef più divino, in alcuni momenti, di Miriàm. E la Seconda stanza si chiude con l’annuncio della partenza verso Bet Lèhem per il censimento obbligatorio. Una partenza attesa, sperata, che Miriàm voleva con tutte le sue forze: meglio partorire da sola, lontana da quegli sguardi «secchi», che nulla avevano a che fare con la vitalità del suo grembo e che quindi nulla potevano comprendere. E mentre le paure di Iosef per il viaggio si moltiplicavano, Miriàm rimaneva serena al solo pensiero di poter dare alla luce suo figlio lontana da quel mondo che non l’aveva creduta. Chissà se ne avrebbe davvero trovato uno diverso; per ora non le importava, le bastava stare accanto a Iosef e con il suo bambino nel ventre per sentirsi invincibile. Tempo infinito La Terza stanza racconta il viaggio verso Bet Lèhem. I primi abbracci con Iosef, nel salire e scendere dall’asina, durante i quali il bambino si muoveva nel grembo, i respiri profondi per fargli conoscere «le sorprese del mondo», le numerose parole che prima apparivano prerogativa degli uomini e che ora Miriàm sentiva concepirsi in se stessa, parallelamente a suo figlio. Il cammino è lungo, ma è occasione di un meraviglioso incontro, descritto da De Luca come fosse un sogno: un cieco guidato da un cane incrocia il cammino di Miriàm e Iosef. Quest’ultimo dimostra, anche in tale occasione, la sua scelta di vita, accompagnandolo fino al villaggio dove l’uomo doveva andare per iscriversi al censimento. Questi, così lo ringrazia e benedice: «“Tu che aiuti uno che è visto dagli altri ma non vede, possa tu ricevere l’aiuto di colui che tutto vede e da nessuno è visto”». Così le posizioni di Iosef e Miriàm sembrano scambiarsi per un momento. Lei, partita fiduciosa, sembra vacillare e quando Iosef le domanda com’è sentire dentro di sé una vita risponde: «“Chiedi alla pentola come si sente? Sono solo un recipiente, vorrei sapere come si trova lui dentro di me”». E Iosef la rimprovera. E poi i discorsi sul nome, in cui Iosef, pur sapendo che spetti a Miriàm, propone comunque il ‘suo’, quello suggeritogli dall’angelo, che dopo l’annuncio gli apparve per dirgli cosa fare. Ieshu è il nome, che significa salvato. Salvato da suo padre, dunque, da Iosef, che ha creduto nel progetto della sua vita e in quello di sua madre. È l’unico momento in cui Miriàm lo chiama ‘uomo mio’. È il momento in cui le loro parole si fanno sempre più «salde d’amore», illuminate dalla cometa, quella che non piaceva a Iosef e che Miriàm invitava ad amare per la luce che procurava loro in assenza della luna. Così Iosef annuiva, mentre Miriàm pensava: «È la più certa prova d’amore quella di un uomo che cambia parere per essere d’accordo con la donna». Finché non giunsero a Bet Lehèm, la ‘Casa di Pane’, dove non riuscirono a trovare nulla; tutto pieno per il censimento, solo una stalla per loro, da dividere con un bue e la propria asina. Il tempo della gravidanza sta per finire e la Terza stanza si chiude con l’analisi più bella di Miriàm riguardo al suo stato particolare: «vergine e però sposa, vergine e però madre». Come un vaso nelle mani di un vasaio, fatto di argilla, ma «con un’anima di ferro». Con il mondo che resta fuori Breve, ma la più intensa, l’Ultima stanza: Miriàm che si prepara ad affrontare da sola l’evento, quel partorire che «è fare con il corpo». Iosef esce dopo che la sua sposa, per l’ennesima volta, gli mette in ordine i capelli, quasi a togliergli, come sempre, davanti agli occhi i cattivi pensieri. Così Miriàm rimane da sola con l’asina e il bue, regolando il proprio respiro ai loro. Comincia a sudare, incitando il suo bambino a farsi incontro alla più tenera delle madri. Una bella notte, per Miriàm, per una nascita: «ora nasci, che tuo padre ti aspetta. Si chiama Iosef, quando entra gli diciamo: caro Iosef io sono Ieshu tuo figlio. Vedrai che sorpresa, che faccia farà». Anche in un momento del genere Iosef entra a far parte di Miriàm, il padre entra nella storia e nella generazione. Non l’ha toccata fisicamente, eppure è riuscito ad entrare in lei così tanto da diventare davvero padre del figlio del suo grembo, del suo nato. È maschio. Miriàm sente il suo odore, lo tocca dalla testa ai piedi, ascolta il suo battito veloce e felice dell’aria che respira finalmente da solo. E anche qui il suo pensiero è per Iosef: «Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. “Somiglia a Iosef.” Così ho voluto vederlo. “Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai”». È ancora notte. Miriàm non chiama suo marito cui aveva promesso un figlio all’alba. Fino alle prime luci Ieshu è solo di sua madre; forse davvero solo in questo momento lo sarà completamente. Fuori sta il mondo, in quel luogo solo lei e suo figlio legati da un’unica sostanza: quella che Ieshu succhia per la prima volta dal seno di Miriàm, mentre respira l’aria del mondo. Che nostalgia proverà Ieshu di questa notte, quando starà in mezzo agli uomini e il suo capo non potrà più posarsi sul seno della madre? Sembra percepirla, stando muto, come Miriàm di fronte all’annuncio. Non piange Ieshu, forse perché altrimenti Iosef l’avrebbe sentito e sarebbe entrato; anche lui vuole rimanere solo con sua madre. Oppure sta solo conservando le parole per la vita, quando, come gli dice Miriàm, «sarai un vaso di frasi», una Casa di Pane, come la città in cui sei nato, una pasta cresciuta senza lievito in una terra fornaia, un pane che profuma di festa, che si porta al tempio per offrirlo a Dio. Miriàm lo pensa, sa che sarà cosi, ma vorrebbe non lo fosse; vorrebbe che suo figlio non si distinguesse dagli altri, che fosse uguale a tutti i bambini del mondo. Lo riconosceva diverso quando era nel suo grembo, ora vorrebbe non lo fosse. Per questo chiede a Dio: «Scòrdati di Ieshu». A queste parole la stella sembra coprirsi, ma Miriàm continua: vorrebbe averlo accanto almeno fino al suo trentesimo anno, poi lo offrirà lei stessa. È il preludio dell’inizio della ‘vera’ vita di Ieshu, quella che comincerà con delle nozze che non saranno le sue, in cui sua madre gli dirà qualcosa e lui la guarderà, arrossirà confuso quasi non volendola ascoltare e poi le obbedirà. È l’unica cosa che Miriàm chiede a Dio, anche in questo profondamente ‘umana’: «Ti ho promesso, promettimi. Ti ho obbedito, esaudiscimi». Ieshu apre gli occhi, poi subito li richiude. È la notte più unica del mondo, quella di ogni madre con il suo bambino per la prima volta tra le braccia. E mentre Ieshu dorme e sogna ciò che da domani vedrà, Miriàm assapora il vuoto in cui è rimasta ora che ha perso il suo ‘centro’. Mentre la stella sbiadisce: «Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Iosef, questo adesso è tuo figlio». Il libro si conclude con Tre canti, uno dei pastori sul modello del Padre nostro, due di Miriàm: il primo che rivendica la ‘proprietà’ del suo grembo, il secondo che paragona il suo non proferir parola al silenzio di Ieshu, un silenzio che si fa generativo. Una parola che nasce muta per dare voce al mondo.