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20 gennaio 2022
In Universale Economica
"l’Unità" , 07/11/2006
Angelo Guglielmi , La nascita di Gesù secondo Erri De Luca

Erri De Luca gran conoscitore dei Vangeli e traduttore della Bibbia qui riscrive il mistero della nascita (della inseminazione di Miriàm-Maria ebrea di Galilea senza l’intervento di Iosef ancora semplice fidanzato e l’arrivo al mondo di Iehsu). Ma il punto da cui guarda a quell’evento non è quello della fede, dell’uomo semplice che chiama in soccorso il miracolo quando si trova di fronte a ciò che non capisce; no, Erri De Luca non crede nei miracoli; anzi per lui il massimo del piacere è trovarsi di fronte a ciò che non capisce. La sua situazione è simile a quella di Iosef che, quando Miriàm-Maria gli comunica che quella mattina di marzo le finestra era stata investita (anzi coperta) «da un vento, una polvere celeste, da chiudere gli occhi» che senza sollevarle le vesti aveva deposto nel suo grembo un seme rendendola gravida, Certo lì per lì rimane sconcertato, soprattutto per quel che potrà dire la gente e la figura barbina e di uomo di poco conto che lui rischia di fare, ma subito dopo di fronte alla compostezza di Miriàm e alla naturalezza amorosa con cui lo informa della sua condizione di donna incinta, interrompe ogni parola di preoccupazione e di sconcerto. Di colpo Iosef si accorge di non avere più bisogno di parole. La verità delle parole è altrove. «Maestrale di marzo / non è strano in natura inseminarsi al vento, / come i fiori. / Fiore è il nome del sesso delle vergini, / chi lo coglie, deflora. / Miriàm-Maria fu incinta di un angelo in / avvento / a porte spalancate, a mezzogiorno». Iosef non ha più bisogno di giustificazione, di sottrarsi alle critiche e agli insulti dei compagni, non ha più bisogno di difendersi dall’accusa di voler sposare Miriàm infrangendo la legge di Galilea che stabilisce che solo la donna vergine quale Miriàm-Maria sembra non essere può aspirare al matrimonio. Intuisce dentro il cuore e dentro la testa che lìattesa di Miriàm non è il risultato di un incontro colpevole ma la più autorevole dichiarazione a favore della vita che lo invera come uomo più che umiliarlo. Così Erri De Luca, interprete di Iosef, scrive: «In nome del padre inaugura il segno della croce. In nome della madre si inaugura la vita». In realtà nel testo di Erri De Luca la presenza di Iosef è assolutamente marginale, quel tanto che basta per consentire alla storia di Miriàm-Maria di occupare il centro e di lì spandersi per il resto dello spazio. Iosef esce quasi subito dal testo e ne diventa, attraverso Erri De Luca, inconsapevolmente l’autore, lasciando l’io (la responsabilità) del racconto a Miriàm-Maria «Però ero felice. Essere piena, crescere come la luna, contare le settimane come il travaso del vino, non avere il ciclo, tutto era una purezza che ubriacava di gioia. Di notte scostavo la tenda e respiravo il vento del cielo». Miriàm-Maria parla con le parole che possiede, di povera donna addetta alle incombenze quotidiane nelle quali c’è spazio per alzare gli occhi al correre della luna e esporsi al piacere del vento. Certo si rende conto di essere protagonista di un evento che travalica e va al di là della sua persona. Ma fin che può intende sentirlo suo, come qualcosa che gli appartiene e che contenderà fino all’ultimo a chi lo reclamerà per sé.Vince il lei una sorta di egoismo fisico, di senso di proprietà verso l’essere uscito dal suo grembo. Fino adesso hanno respirato e sentito insieme e lei vuole che questa comunione continui, almeno per il resto della notte. «Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui scrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l’appartenenza a un popolo. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all’alba... Poi entreranno e tu non sarai più mio». A quel punto protagonista non sarà più lei (alla quale sarà strappato il desiderio sublimandolo nell’idea di maternità), protagonista è la vita. Degno di rilievo è questo sforzo di Erri De Luca di raccontare la nascita di Gesù come puro e semplice mistero della nascita in cui tutti noi, cristiani e no, siamo coinvolti. Come inaugurazione della vita. Di raccontare quel mistero non tanto in termini laici quanto con il linguaggio corporale che abolisce la distanza tra l’eccezionalità dell’evento e l’esperienza quotidiana senza privarlo di intensità esistenziale (di maestà sacrale). Il risultato è un testo di accattivante lettura, tra una pagina della Bibbia e il racconto di una cronaca d’oggi.