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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
24 gennaio 2022
In Universale Economica
"Espressonline" , 01/11/2001
Marco Belpoliti , Fiaba yiddish sotto il Vesuvio

Montedidio è il quartiere dove vive il protagonista dell'ultimo racconto di Erri De Luca. È un ragazzo di tredici anni, apprendista falegname. Figlio di uno scaricatore di porto, sa leggere e scrivere, e racconta su un lungo rotolo di carta la storia del suo passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Tutto avviene in un breve spazio temporale, all'inizio degli anni Sessanta. A propiziare il cambiamento una coetanea, Maria, splendida figura sospesa tra innocenza e malizia, ma anche un calzolaio ebreo, Rafaniello, d'origine mitteleuropea, e il padrone della bottega, mastr'Errico. "Montedidio" è anche la storia di un'iniziazione sessuale, dolce e crudele.
Erri De Luca ha scritto un racconto lungo, scandito da grandi spazi bianchi, dove ogni scena occupa una pagina o poco più. Lo ha riempito di motivi che provengono da diverse fonti, dai testi chassidici alla fiaba, dalle storie orali ai ricordi d'infanzia. È un libro di grandi ambizioni sorretto da una prosa curatissima, cesellata, che non riesce a distendersi in ampi archi narrativi, e resta confinata dentro i limiti strettissimi della prosa poetica. Questo permette a De Luca di sottrarsi alla prova del romanzo vero e proprio, lo difende e insieme lo rende prigioniero della sua armatura linguistica. Lo scrittore utilizza una lingua mista: il dialetto napoletano calato entro le forme della lingua italiana, conservando però cadenze, toni e ritmi originari.
Questo è il vero fulcro del libro. La prosa di De Luca è sugosa, piena, ricca d'umori, la si assaggia in bocca. Il racconto cattura il lettore, lo immerge in un'atmosfera a tratti magica, e questo è l'effetto della scelta della prima persona: raccontare la storia dal punto di vista del ragazzo, con i suoi imbarazzi, le sue ingenuità, le sue incertezze. Due oggetti simbolici descrivono il campo di forza del racconto: un boomerang, posseduto dal protagonista, e un paio d'ali che dovrebbe spuntare dalla gobba del calzolaio ebreo per portarlo in volo sino a Gerusalemme, sua patria lontana. Entrambi esprimono la leggerezza e la lievità, e la fatica e lo sforzo della vita quotidiana.
Il racconto risulta sospeso tra le atmosfere di una Napoli popolare e quelle di un racconto yiddish. È un po' "Cuore" sotto il Vesuvio e un po' una novella di Isaac Singer. Come nei libri precedenti, De Luca indossa qui i panni della finta semplicità. Scrive una fiaba che, come tutte le fiabe, intende insegnarci qualcosa. Quando si fa da parte, ci riesce.