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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
24 gennaio 2022
In Universale Economica
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copertina
My Architect
Il viaggio di un figlio

Collana: Real Cinema
Contenuto: DVD + libro di 112 pagine
Prezzo: Euro 18
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Miglior documentario al Chicago International Festival 2003
"Diario" , 15/07/2005
Gino Delledonne , Tutto sopra mio padre


"Nel 1974 un uomo di circa settant'anni viene trovato cadavere nei cessi sotterranei della Penn Station a New York, forse morto per un attacco di cuore. Sui documenti sono cancellate le indicazioni per riconoscerlo. Passano giorni prima di dare un'identità a un cadavere che nessuno reclama: accade quando si scopre che quell'uomo dal volto sfigurato da antiche ustioni si chiama Louis Kahn, uno dei più grandi architetti del dopoguerra, anzi, per molti degli architetti formati dal suo verbo, negli anni Sessanta e Settanta, il più grande. Quello che appare come l'attacco di un noir è una storia vera, che contiene da una parte la biografia artistica di Louis Kahn, Lou per chi gli fu accanto, e dall'altra la biografia personale di un uomo contraddittorio. Il sacro fuoco della missione, l'ossessione artistica e professionale non potevano lasciare tempo e spazio per nient'altro, affetti compresi."
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"www.fasen.eni.it" , 14/07/2005
Tra architettura e identità


"Promosso come miglior documentario al Chicago International Festival 2003 My Architect di Nathaniel Kahn racconta le storie d'amore, di tradimento e di perdono che un figlio scopre mentre è alla ricerca di un padre conosciuto soltanto per un frammento di vita."
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"Corriere della Sera" , 11/07/2005
Stefano Bucci , Kahn: architetto geniale, padre crudele


"Che fatica avere un padre architetto! Soprattutto se non si tratta di un architetto qualsiasi, ma di uno “dei più grandi del Ventesimo Secolo”. E soprattutto se si è un figlio illegittimo, concepito dall’ultima amante di tanto genio. Nathaniel Kahn ha trasformato la sua inquietudine in un lungometraggio triste e bellissimo che racconta la vita, contraddittoria e catastrofica, dell’uomo che “voleva riportare l’architettura sulla strada maestra indicata dalle grandi rovine”.Quest’uomo si chiamava Louis Kahn. L’effetto è sorprendente perché ci consegna, grazie proprio a questa ideale contrapposizione tra l’elemento privato e quello tecnico, un ritratto dolce e toccante di un figlio e di un padre."
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"L’espresso" , 14/04/2005
Massimiliano Fuksas , Kahn il grande


"Nella toilette della Penn Station, a New York, inizia il viaggio di un figlio alla ricerca dell'identità del padre. Louis I. Kahn, muore infatti alla Penn Station nel 1974. Per diversi giomi non viene riconosciuto. Era comunque in bancarotta e aveva alle spalle tre famiglie: due non ufficiali e una con rapporto pluriennale con la stessa moglie. Nathaniel, figlio illegittimo di Kahn, inizia da qui un lungo itinerario che lo porterà a ritrovare suo padre, a dargli un volto, a ricercare le ragioni della creazione.
Nathaniel scopre, dalle opere, suo padre Louis Kahn, l'architetto probabilmente più importante della seconda metà del '900. Dalla Penn Station, si va in viaggio immaginario attraverso le opere lasciate nel New England fino al Bangladesh. Kahn realizzò anche la seconda capitale del Pakistan, Dhaka. Il Parlamento rappresenta perfettamente il mistero di un'esistenza. Kahn, emigrato in America dall'Estonia, parte da condizioni estremamente difficili: oltre a un'infanzia marcata dalle difficoltà finanziarie, ha un incidente da bambino che gli sfigura una parte del viso. Dopo un'esperienza per l'amministrazione pubblica a Filadelfia, a 50 anni inizia a costruire i progetti che lo renderanno celebre e carismatico.
Il film di Nathaniel Kahn ha un titolo emblematico My Architect. A Son's Journey. Musica struggente e interviste, tra gli altri, a Johnson, Gehry e a Stern, rendono l'opera appassionante. Nathaniel nella sua inchiesta personale cerca di scoprire da chi ha conosciuto Louis (a volte clienti, a volte amanti, a volte altri architetti che hanno avuto un rapporto stretto con lui, oppure il critico Vincent Scully che tra i primi celebrò il genio), chi fosse davvero suo padre. Ricerca appassionante, un viaggio intimo attraverso i piccoli misteri di Kahn. Ci sono le tracce dell'insegnamento all'università, le sue ispirate conferenze che più che delucidazioni sui progetti erano immagini di poesia ermetica. Ricordo Kahn a Venezia negli anni '60 che illustrava a noi studenti il suo progetto per un palazzo dei congressi, purtroppo mai realizzato. I suoi discorsi sulla luce e le ombre dell'interpretazione del Partenone di Atene."


"l’Unità" , 13/04/2005
Renato Pallavicini , Mio padre Louis Kahn


"My Architect è una piccola lezione di architettura e di vita. La vita è quella di un uomo complesso e non facile nel rapporto con gli altri (soprattutto le donne), capace però di incantare, con la sua parola e le sue lezioni, aule piene di studenti; un uomo totalmente assorbito dal suo lavoro, che viveva nel suo studio, magari dormendo su un tappeto o su una panca; e che morì solo, colpito da un infarto in una toilette della Pennsylvania Station di New York, al ritorno dall’India, dove stava seguendo il suo ultimo lavoro. My Architect è anche una lezione sul senso fondante e perduto dell’architettura. L’ebreo Louis Kahn, a Dacca in Bangladesh, seppe creare un edificio-simbolo per i musulmani, che racchiude in sé parlamento e moschea. E, alla fine del film, la dichiarazione commossa dell’islamico Shamsul Wares, che gli lavorò a fianco, e definisce Kahn 'il nostro Mosè', è uno straordinario e affascinante paradosso."
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