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19 gennaio 2022
In Universale Economica
De Marchi: una vocazione che ci aspetta...


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"Si avverte qualcosa che somiglia all’orgoglio nel pubblicare un romanzo come La vocazione di Cesare De Marchi. E resta, anche ora, la sensazione della prima lettura, quella in cui – a dispetto della professione e delle pagine volanti del dattiloscritto - stai semplicemente cedendo a un invito a entrare in un mondo - come sempre accade al lettore quando è chiamato da uno scrittore a prendere dimora dentro una storia, dentro una lingua, dentro la complessità morale di uno stile.
La vocazione è la storia di una vocazione fallita, o ancor meglio di un fallimento che scivola in follia. Luigi Martinotti, il protagonista, ha studiato storia, ha continuato a coltivare gli studi di storia (medievale e moderna), e vuole fare lo storico. Lo vuole malgrado sia rimasto al di fuori dell’iter accademico, malgrado debba mantenersi friggendo patatine, malgrado non faccia parte di alcuna comunità (culturale, editoriale, scientifica). Testimoni di quella sua volontà sono un amico e una fidanzata con figlio a carico. Nella sua ossessione la Storia si manifesta come studio disperatissimo ma soprattutto come tentazione visionaria. Le figure del passato vengono a visitarlo – e il racconto storico diventa per l’appunto immagine vissuta a dispetto della scrittura dalla quale invece dovrebbe discendere la sua identità scientifica. C’è dunque per Martinotti un tempo della quotidianità e un tempo della visione. E De Marchi è eccezionale nel far sentire lo scacco, o lo squarcio, fra l’uno e l’altro, fra i soprassalti del corpo, della fatica fisica, delle relazioni, della sensualità e la tempesta dell’immaginazione, la furia di una genialità tumefatta. Nessuno è capace, come lui, di lasciar filtrare l’ironia (una ironia manniana, crudele fino allo scherno) dentro l’apparente tetraggine del melodramma dell’intelligenza.
Quando siamo lì, insieme a Martinotti e alle sue visioni di Attila e di Carlo XII di Svezia, quando siamo nei corpo a corpo erotici con Antonella, quando siamo pronti a concepire il piano delittuoso che segna la seconda parte del romanzo, quando siamo lì, è come se uno schiocco di dita ci avesse risvegliato dalla nostra realtà per entrare in quella della Vocazione, che è l’unica vera realtà che una grande scrittore è disposto a condividere con il suo lettore."
Alberto Rollo
Direttore Letterario GGFeltrinelli Editore


“L’ossessione della storia” è il centro da cui si dipana tutta la vicenda del protagonista del romanzo. De Marchi dopo la doppia lontananza nello spazio e nel tempo – la Germania del 700 - de La furia del mondo, torna, come egli stesso ci dice, alla contemporaneità, riambientando nell’oggi la vicenda di un Luigi Martinotti vissuto a cavallo di Otto e Novecento, autodidatta dai mille mestieri che nella sua vita conobbe il carcere e il manicomio e a cui Benedetto Croce dedica un’appendice dell’edizione del 1927 del suo Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia. E come il Martinotti di Croce si fa promotore di un nuovo sistema filosofico, così il protagonista de La vocazione elabora una teoria storica:

Gli pareva (era questa l’idea) che a muovere gli uomini e le società fosse un’ansia del futuro, un’insofferenza dell’insicurezza – altri nomi di quel sentimento comune, banale perfino, radicato nel fondo di ogni coscienza, dalla più confusa alla più chiara: la paura. E siccome la sicurezza non si può avere mai in forma piena e duratura, gli pareva, era convinto anzi, che gli uomini si diano a cambiare di continuo, febbrilmente, le condizioni della loro esistenza e dell’ambiente che li circonda nell’impossibile impresa di mettersi al riparo da ogni imprevisto. Gli pareva ancora che le lotte di classe non fossero la causa del movimento storico, ma la conseguenza di quel bisogno; che le classi stesse, ammesso che esistessero come entità anche psicologiche, si formassero e identificassero nella comune difesa da una paura comune; e che le ideologie, lungi dall’essere sovrastrutture delle classi come voleva Marx, fossero soltanto i modi ideali diversi con cui le classi o gruppi più ristretti di uomini pensano di poter conseguire la sicurezza; che insomma tutti gli aspetti delle società umane e della storia fossero gigantesche sovrastrutture di quel primo bisogno elementare; che i cambiamenti che danno vita alla storia fossero solo il prodotto di uno sforzo contrario, quello cioè di impedire qualsiasi cambiamento per inchiodare il mondo nel suo stato presente, immobile e perciò rassicurante. Perché dentro e intorno a sé lui sentiva pulsare la paura: paura dell’incongruo, del mostruoso sempre in agguato. Nella vita dell’individuo come nella vita sociale. Non è per soffocare questa minaccia che si chiudono le giornate in una serie di rituali sempre identici, dal lavaggio mattutino dei denti alla preghiera serale? che si insegue il posto fisso, si accumulano denari, ci si sottopone ossessivamente a visite mediche? Non era per questo che un tempo, espugnata una città, se ne massacravano tutti gli abitanti compresi i bambini? Il bisogno di sicurezza si proietta anche oltre la morte, e il tiranno che si sceglie un successore, non diversamente dal padre che fa testamento, cerca di sottrarre al caso almeno uno dei suoi dadi. Ma c’è ancora un altro tentativo, senza confini di tempo e di spazio, collettivo e mentale, grandioso: la costruzione della razionalità. La scoperta, o piuttosto l’invenzione, di una regolarità inalterabile sotto il rovinare degli eventi, della necessità sotto l’accidentalità. Una rete di concetti sempre più fitta e precisa si distende sopra il mondo reale nella speranza che questo miracolosamente vi si conformi. Il disordine della realtà si accomoda nell’ordine asettico delle nostre teste, dove alacremente si raddrizzano le gambe ai cani e le storture del mondo, dove finalmente si trova qualcosa di saldo cui aggrapparsi, la quiete della sicurezza.

Abbiamo chiesto all’autore il senso di questa “ossessione della storia”. Ecco cosa ci ha risposto:
“La domanda va al cuore del mio libro; ma per rispondere devo fare una breve premessa. L’uomo è un animale nemico dell’immobilità, e di qui nasce la sua tensione al cambiamento, la sua impazienza e insofferenza dell’uguale. È una tensione che possiamo già chiamare morale: siamo nel mondo, abbiamo ricevuto la nostra vita e dobbiamo farne qualcosa. La prima tensione, e dunque il primo scopo, è sopravvivere: che non è affatto extramorale, perché sopravvivere è la condizione di ogni sforzo successivo: e questo è tanto vero che qui sta la genesi del primo conflitto morale (mors tua vita mea: ossia, qual è il valore relativo della vita mia e dei miei simili). Appena garantita la sopravvivenza materiale — un processo che ha occupato la massima parte della storia umana e che continua a occupare una parte della vita di ogni individuo —, rischia di subentrare una stasi, un vuoto morale o, direbbe Leopardi, la noia. Luigi Martinotti, il protagonista del mio romanzo, si scopre a questo punto la vocazione dello storico: il senso della sua tensione morale, di tutta la sua vita, diventa questo. In altri diventerà altro, vocazione artistica o religiosa, passione civile, impegno sociale: per lui è lo studio della storia. E a questo punto il luogo dove lavora, un fast food, diventa un “antro di frittura”, e il suo scopo sempre più accanito diventa quello di ricavare (con l’insonnia, con la limitazione delle relazioni umane) quanto più tempo possibile alla sua “vocazione”. Ma non è tutto, perché nella storia Luigi trova rispecchiati e amplificati i tratti della propria esistenza: l’“ansia del futuro”, l’“insofferenza dell’insicurezza”, insomma “la paura”. La storia quindi lo ossessiona per lo sforzo a suo modo eroico che gli costa il praticarla, ma insieme perché essa racchiude a sua volta un’ossessione.”

Cesare De Marchi (Milano 1949) è vissuto a lungo a Milano prima di trasferirsi in Germania, dove attualmente risiede. Dal 2003 presiede la sezione di Stoccarda della Società Dante Alighieri. Ha pubblicato diversi racconti e i romanzi Il bacio della maestra (Sellerio 1992), La malattia del commissario (Sellerio 1994), Il talento (Feltrinelli 1997, premi Campiello e Comisso 1998), Una crociera (Feltrinelli 2000), Fuga a Sorrento (Feltrinelli 2003) e La furia del mondo (Feltrinelli 2006, premi Frignano e Dessì). Numerosi sono i suoi lavori nel campo della saggistica, fra cui per Feltrinelli, Romanzi, scriverli, leggerli (2007); e nel campo della traduzione letteraria (opere di Fontane, Cardinale di Retz, Grillparzer, Schiller). Sue le traduzioni di Il padre Goriot di Balzac e Novelle di Schnitzler pubblicate nei “Classici” Feltrinelli.
copertina

La vocazione
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