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20 novembre 2017
In Universale Economica
Acanto
Tratto da "Il Fatto Quotidiano"
É tempo questo che l'acanto prenda a sfiorire, se già non ha cominciato a farlo nei siti meno protetti dalle ferine calure d'agosto, e non sarà un bello spettacolo, credetemi, non ci sarà onore e dignità per questa pianta che solo un pugno di settimane or sono, al solstizio, è fiorita maestosa e superba fino alla sfrontatezza. Non conosco pianta con un'indole più esibizionistica, fiore più imbarazzante per la sua propensione a strafare. Immagino che sappiate di che sto parlando, immagino un popolo che appena ha un minuto si pone a passeggiare sui cigli delle strade ombreggiati di robinia, si inerpichi per le stradelle di collina con l'occhio alle ripe irte di monumentali eriche e roveti di more, si inoltri nella penombra di umidi boschetti di corniolo, aneli agli anfratti muscosi scavati da timidi ruscelli nei lecceti che un tempo furono selve domestiche, perché è lì che prospera l'acanto, che predilige le luci equivoche e sommesse, gli umori ombrosi e la promiscuità con le rugiade copiose. Allora vegeta quelle sue foglie di lobi carnosi e aguzzi, così vaste che ne basta una per farci un capitello corinzio, e innalza, erige, le sue inflorescenze azzurrino violacee, e persino ocra nei modelli spinosus e spinosissimus, in su per un paio di spanne. Evidentemente, spudoratamente fallico, quel fiore si da arie di gigoló in vendita, nello stile del gigoló si consuma nella vanità, e quando la stagione si fa meno propizia agli erettili ardori, non c'é dignitoso ritirarsi, ma vergognosa rovina. Guardatelo in questi giorni l'acanto superbo, è solo sfascio e decrepitezza e marciume. È mi chiedo come mai sia, per volontà della tradizione romantica, "la pianta cara ai poeti". Se per via che i poeti traggano ispirazione vagando tra le fratte e gli ombrosi, appartati recessi, oppure siano propensi ad esibire la loro poesia come i gigoló il loro attrezzo.
 La scheda autore di Maurizio Maggiani
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