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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
15 luglio 2018
In Universale Economica
Doris Lessing: Quella lingua oscura che infesta il mondo
Tratto da “la Repubblica”, 17 ottobre 2007
Anche se abbiamo assistito alla morte apparente del Comunismo, ancor oggi modi di pensare nati sotto il Comunismo o consolidati dal Comunismo governano le nostre vite. Non tutti sono un lascito del Comunismo più evidente e più immediato della correttezza politica. Punto primo: il linguaggio. Non è una novità che il Comunismo abbia fatto degenerare il linguaggio e, con esso, il pensiero. Esiste un gergo comunista riconoscibile già da un’unica frase. Ben poche persone in Europa a suo tempo non si trastullarono con i "passi tangibili", le "contraddizioni", la "compenetrazione degli opposti" e così via. La prima volta che mi sono resa conto che gli slogan in grado di anestetizzare la mente avevano la capacità di spiccare il volo e prendere le distanze dalla loro origine è stato negli anni Cinquanta, quando leggendo un articolo del “Times” di Londra mi sono imbattuta in questa frase: “La manifestazione di sabato scorso è stata la prova irrefutabile che la situazione tangibile...”. Parole confinate a sinistra, come animali rinchiusi in un recinto, erano migrate nell’uso comune e insieme a esse altrettanto era stato delle idee. - Si leggevano articoli interi, sia sulla stampa conservatrice sia su quella liberale, che erano in tutto e per tutto marxisti, ma chi li aveva scritti lo ignorava. Esiste, a ogni buon conto, un aspetto di questo retaggio molto più difficile da individuare. Ancora cinque-sei anni fa, l’Izvestia, la Pravda e migliaia di altri giornali comunisti erano scritti con un linguaggio che pareva concepito appositamente per occupare quanto più spazio possibile sulla carta, senza di fatto dire pressoché nulla. Questo perché, chiaramente, era azzardato prendere posizioni che in seguito avrebbero potuto dover essere difese. Adesso tutti questi giornali hanno riscoperto l’uso del linguaggio, ma il retaggio di quella lingua morta e vuota di questi tempi si può ritrovare in ambiente accademico, specialmente in alcune aree della sociologia e della psicologia. Un mio giovane amico originario dello nord dello Yemen ha risparmiato tutto quello che è riuscito a racimolare per recarsi in Gran Bretagna a studiare quella branca della sociologia che insegna come trasmettere il sapere occidentale agli aborigeni sottosviluppati. Gli ho chiesto di mostrarmi il testo che deve studiare e mi ha dato un tomo molto grande, scritto talmente male e con un linguaggio così ostico e vuoto che seguire il testo era molto difficile. Il tomo constava di svariate centinaia di pagine, ma le idee che conteneva avrebbero potuto facilmente essere esposte in una decina di pagine. Sì, so che l’offuscamento dell’ambiente universitario non è iniziato con il Comunismo - come Swift, per ricordarne uno, ci dice - ma le pedanterie e la verbosità del Comunismo affondavano le loro radici nell’ambiente universitario tedesco. E adesso quell’offuscamento è diventato una sorta di muffa che infesta il mondo intero. Che le idee in grado di trasformare le nostre società, ricche di intuizioni sul comportamento e il pensiero dell’animale uomo, siano spesso presentate in un linguaggio illeggibile è uno dei paradossi della nostra epoca. Il secondo punto è connesso al primo: le idee in grado di influire efficacemente sul nostro comportamento possono essere lampanti soltanto se formulate in frasi concise, persino di poche parole, o anche frasi fatte. Nelle interviste agli scrittori chiedono sempre: “Pensa che uno scrittore dovrebbe...?”, “Dovrebbero gli scrittori...?”. La domanda ha sempre a che vedere con una posizione politica. Si noti inoltre che così formulate queste domande danno per scontato che gli scrittori debbano fare tutti la stessa cosa, di qualsiasi cosa si tratti. La domanda “Dovrebbe uno scrittore...?”, “Dovrebbero gli scrittori...?” ha una lunga storia, che a quanto pare è sconosciuta alle persone che la formulano in modo così incidentale. Un’altra parola è "impegno", molto in voga fino a non molto tempo fa. “Quel tizio è uno scrittore impegnato?”. Surrogato di "impegno" è "presa di coscienza". Si tratta di un termine a doppio taglio. Le persone la cui coscienza è "presa" possono ricevere le informazioni di cui non sono a conoscenza e di cui possono avere disperatamente bisogno, possono anche ricevere il supporto di cui sono privi, ma quasi sempre con tale formula si indica che l’allievo ottiene soltanto la propaganda che l’istitutore approva. "Presa di coscienza", come "impegno", come "correttezza politica" sono un proseguimento di quella prepotenza di vecchia data che è la linea di partito. Un modo di pensare molto comune nella critica letteraria non è considerato una conseguenza del Comunismo, ma in effetti lo è. Ogni scrittore ha vissuto l’esperienza di sentirsi dire che un suo romanzo, un suo racconto è "su" una cosa o l’altra. Nel mio caso, quando ho scritto Il quinto figlio, il mio romanzo è stata immediatamente catalogata come un racconto sul problema palestinese, la ricerca genetica, il femminismo, l’antisemitismo e via dicendo. Ricordo una giornalista francese che un giorno, ancor prima di accomodarsi nel mio salotto, chiosò: “Evidentemente Il quinto figlio è sull’Aids”. Bel modo di interrompere sul nascere la conversazione, ve lo posso assicurare. Ma ciò che è interessante è l’abitudine mentale di analizzare un’opera letteraria in questo modo. Se rispondi: “Nell’eventualità che avessi voluto scrivere qualcosa sull’Aids o sul problema palestinese avrei scritto un pamphlet” ottieni sguardi sconcertati. Che un’opera frutto di immaginazione debba "davvero" essere "su" qualche problema è anche in questo caso un retaggio del Realismo Socialista. Scrivere un racconto per il gusto di narrare una storia è frivolo, per non dire reazionario. La pretesa che i racconti debbano essere "su qualcosa" risale al pensiero comunista e, ancora più indietro nel tempo, al pensiero religioso, con il suo desiderio di libri per il miglioramento interiore tanto ingenui quanto i messaggi sulle scatole dei cioccolatini assortiti. L’espressione "correttezza politica" nacque mentre il Comunismo stava crollando. Non credo si tratti di una casualità. Con ciò non intendo suggerire che la fiaccola del Comunismo sia stata passata ai "correttori politici", ma che le abitudini mentali sono state assorbite, anche senza esserne consapevoli. Ovviamente, c’è qualcosa di molto allettante nel dire agli altri che cosa fare: dico ciò con un tono idoneo a un asilo d’infanzia, senza adoperare un linguaggio più ricercato e intellettuale, perché lo considero un comportamento da asilo d’infanzia. L’arte - le arti in genere - è sempre imprevedibile, nonconformista e ha per di più la tendenza a essere, nella migliore delle ipotesi, anche scomoda. La letteratura, in particolare, ha sempre attirato le commissioni della Camera, gli Zdanov, gli attacchi moralizzanti, ma - nei casi peggiori - anche la persecuzione. Mi inquieta che la correttezza politica non paia sapere quali sono i suoi modelli e i suoi predecessori, ma mi preoccupa maggiormente che possa sapere e non curarsene. La correttezza politica ha un aspetto positivo? Si, ce l’ha, ci fa riprendere in esame gli atteggiamenti e ciò è sempre utile. Il problema è che, come con tutti i movimenti popolari, la frangia lunatica smette di essere frangia. Il mondo gira alla rovescia. Per ogni donna o uomo che tranquillamente e ragionevolmente si avvalgono dell’idea di esaminare le nostre opinioni, ci sono venti incitatori rabbiosi motivati dal desiderio di avere potere sugli altri, non meno rabbiosi e non meno incitatori perché si considerano antirazzisti o femministi o chissà che. Un mio amico professore mi ha raccontato di aver invitato nel suo ufficio gli studenti che continuavano a disertare i corsi di genetica o si astenevano dal presenziare alle conferenze di quei docenti il cui punto di vista non coincidesse con la loro ideologia, per discutere del problema e per mostrar loro un filmato in tema con la loro situazione. Circa sei-sette giovani, con la loro uniforme di jeans e magliette, sono entrati nel suo ufficio, si sono seduti, sono rimasti in silenzio mentre egli parlava con loro, hanno tenuto lo sguardo fisso vero il basso mentre egli trasmetteva il filmato e poi, all’unisono, si sono alzati e se ne sono andati. Una dimostrazione - potrebbero benissimo essere rimasti scioccati, se lo fossero venuti a sapere - che rispecchia un comportamento comunista, un’esternazione, una rappresentazione visiva della mentalità col paraocchi dei giovani attivisti comunisti. Sempre più spesso in Gran Bretagna vediamo che i consigli municipali, o i consulenti scolastici, o le direttrici scolastiche, o i presidi, o gli insegnanti sono perseguitati da gruppi e cabale di cacciatori di streghe, che usano le tattiche più sporche e spesso le più crudeli. Sostengono che le loro vittime sono razziste o per qualche aspetto reazionarie. Sempre più spesso, appellarsi alle autorità è servito a dimostrare che la loro campagna era ingiustificata. Sono sicura che milioni di persone, sfilatesi da sotto i piedi il tappetino del Comunismo, stiano affannosamente cercando - forse senza esserne nemmeno consapevoli - un altro dogma.
Copyright New York Times - La Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti
 La scheda autore di Doris Lessing
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