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20 luglio 2018
In Universale Economica
Doris Lessing. Una scrittrice profetica scottante e trasgressiva
di Laura Lilli, tratto da “la Repubblica”, 12 ottobre 2007
Chissà se Doris Lessing sarà più soddisfatta per la definitiva incoronazione letteraria col premio Nobel (era "papabile" da venti se non trent’anni) o il dispetto per la motivazione che le riconosce il merito di avere sempre scritto dal punto di vista delle donne. E’ vero, ma non ama sentirselo dire. Specialmente se poi dall’aggettivo "femminile" si passa a "femminista". Di questo atteggiamento posso testimoniare, e in prima persona. Ho avuto occasione di intervistarla quattro o cinque volte, e alla prima, nell’83, mi presentai a casa sua come se effettivamente stessi per conoscere una "sorella". Ero entusiasta dei suoi libri e racconti, a cominciare da Il taccuino d’oro (1962), che parla, con enorme anticipo rispetto alla realtà italiana, di donne intelligenti e consapevoli, logorate da una fatica quotidiana che restava invisibile ai maschi. Avrei dovuto sospettare qualcosa, quando il suo agente, con cui concordai l’intervista, mi chiese se per caso “la Repubblica” non fosse un giornale femminista. Non sospettai nulla e mal me ne incolse. Trepidando le chiesi se non si ritenesse una scrittrice femminista. Mi rispose che “almeno in questo paese non sono considerata una scrittrice per sole donne”, aggiungendo, senza darmi tempo di fiatare, che le femministe si erano autocastrate, limitandosi ai discorsi fra loro. E che, dichiarando guerra agli uomini, avevano perso una importante occasione per cambiare il mondo. Eppure, la sua grandezza consiste non solo nell’aver sempre messo a fuoco temi scottanti, controversi, trasgressivi, non-conformisti, avveniristici se non addirittura profetici, ma nell’averlo sempre fatto dal punto di vista delle donne. Fin dal suo primo romanzo, L’erba canta (1950), col manoscritto del quale lasciò nel ‘49 la allora Rhodesia del Sud (oggi Zimbabwe), cacciata per essere contro l’apartheid in quel Paese e in Sud Africa. In quelle pagine racconta di una donna bianca che in pieno regime segregazionista osa amare un domestico nero. Come quella di "femminista", Doris Lessing ha sempre rifiutato qualunque altra etichetta che potesse in qualche modo restringere l’arco del suo amplissimo orizzonte immaginativo. Temi e problemi di ogni genere dell’ultimo secolo tumultuano fra le pagine dei 45 libri che ha prodotto nei suoi 88 anni (è nata in Iran nel 1919). Ebbe a dirmi che gli scrittori sono dei contatori Geiger della cultura. Lei certamente lo è. E’difficile immaginare qualche tema culturalmente scandaloso di cui non abbia scritto. Comunismo, anticomunismo, futuro, Africa, realismo, fantascienza, rapporto razionale-irrazionale, libertà interiore. Ha scritto dello "scandaloso" amore di una donna avanti negli anni con un uomo più giovane (Amare, ancora, 1996), di una terrorista che in realtà faceva l’"angelo del ciclostile" per i terroristi maschi (La brava terrorista, 1985), di un mondo in cui l’azione si svolge nella realtà del sogno mentre quella tangibile e tradizionale è secondaria e per giunta orribile (Mara e Dunn, 1999, con un seguito nel 2005). Ha narrato di mostri distruttivi, inspiegabilmente e irreparabilmente presenti nelle nostre "buone" famiglie (Il quinto figlio, 1988) ha scritto di Africa prima e dopo la decolonizzazione (la ama, e la vede quasi perduta per via della corruzione), ha fatto denunce sociali e ha esplorato l’amarezza del risveglio dall’utopia comunista (Il sogno più dolce, 2001), esplorando il concetto libertà (Le prigioni che abbiamo dentro, cinque lezioni sulla libertà, 1986). Ha perfino saputo prendersi gioco dei critici letterari scrivendo due libri, (Il diario di Jane Somers, 1983, malinconica e realistica storia di decadenza e vecchiaia, naturalmente al femminile, e Se gioventù sapesse, 1984) con pseudonimo di Jane Somers, che nessuno ha riconosciuto. Non solo: ma i testi sono stati stroncati. A parte i viaggi - di cui molti in Italia, dove ha ricevuto i premi Grinzane Cavour e Mondello - i luoghi della sua vita sono essenzialmente due: lo Zimbabwe, dove andò piccolissima con il padre, ex ufficiale dell’esercito britannico, un fratello e una madre che non le è stata mai congeniale (vedi Mia Madre, 1988), e l’Inghilterra. I maniaci delle classificazioni dividono la sua opera in tre periodi: comunismo (1944-56), in cui scriveva radicalmente su temi sociali, psicologia e realismo (1956-1959), sufismo (una forma di misticismo islamico,1979-1983), anni in cui in cui ha scritto la saga "fantascientifica" in cinque volumi di Canopus in Argo). In realtà questa periodizzazione non copre tutta la sua vita (dopo l’'83 la scrittrice ha pubblicato ben 18 titoli) e nemmeno tutti i numerosissimi temi o stili che ha elaborato e attraverso i quali si è snodato il suo lungo percorso, sempre di ricerca, sempre in anticipo sugli altri. Nulla e nessuno avrebbe potuto mai fermare la sua perenne sete di nuove sperimentazioni e scoperte. Durante la sua vita sono caduti l’Impero inglese e il Muro di Berlino, il Fascismo e il Nazismo. Tutto questo è finito. “Sembravano realtà eterne, e adesso non c’è più niente”, ebbe a dirmi. “Tutto passa. Bisogna saperlo”. E allora che fare? Non lo ha detto. Come al solito, ha buttato lì questa frase e si è fermata, come fosse la sentenza di un oracolo. C’è sempre un soffio di mistero quando si incontra questa signora piccola e un po’rotonda, i capelli raccolti sulla nuca, in apparenza semplice come mamma che prepara torte. Quattro anni fa, nel 2003, abbiamo visto Doris Lessing a Roma, alla Basilica di Massenzio. Ha letto da Mara e Dunn e da altro. Sorrideva con dolcezza ma era arduo avvicinarla. Aveva il portamento di una regina. In realtà sapeva di essere la regina delle lettere inglesi. - “Questa cantrice dell’esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa”. È con questa motivazione che l’Accademia di Svezia ha assegnato ieri il premio Nobel per la letteratura a Doris Lessing. L’autrice inglese, nata a Kermanshah, oggi Iran, nel 1919, diventa così l’undicesima scrittrice a essere insignita del riconoscimento e, con i suoi ottantotto anni, è anche la vincitrice più anziana nella storia del Nobel. “Doris Lessing meritava assolutamente questo premio. Sono felice per lei, ma non quanto lei”, ha detto Umberto Eco, dalla Fiera del libro di Francoforte, sottolineando però, con un certo disappunto, come l’Accademia abbia favorito in poco tempo ancora un autore inglese, a soli due anni dalla vittoria di Harold Pinter. “Era ora”, ha commentato invece Elfriede Jelinek, la scrittrice austriaca vincitrice di un Nobel molto discusso nel 2004: “Avrei addirittura pensato che lo aveva già ricevuto da un pezzo: Il taccuino d’oro è certamente una delle opere femministe più importanti della letteratura”.
 La scheda autore di Doris Lessing
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