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19 gennaio 2022
In Universale Economica
Erri De Luca: Torrenti fragorosi e fuochi ardenti, il Novecento ha il ritmo del ragtime
Tratto da “Corriere della Sera”, 18 dicembre 2005
“E forse io solo so ancora che visse”, così Ungaretti chiudeva dei versi dedicati a un amico immigrato, suicida a Parigi. Si era aperto il secolo del comunismo, delle guerre mondiali, dei fascismi. È stato tempo di storia maggiore, che sbriciolava le singole esistenze sfondando usci, entrando a separare genitori da figli, uomini da donne, staccando via dal suolo interi popoli, lasciando patrie di vedove. Il Novecento è stato colossale di affanni, scarso di conforti. Ha sterminato vite più di qualunque tempo e pestilenza, ha praticato la cancellazione dalla faccia della terra. In elemosina ha lasciato qualche regalo di Natale: il cinema, l'aeroplano, l'antibiotico. Ha avuto un abito a brandelli, è stato un ragtime, come intuì il bel titolo di un film di Milos Forman. “E forse io solo so ancora che visse”, il verso di un poeta osa stare a contrappeso della forza di sradicamento di un secolo scatenato. È stato perciò poetico il Novecento, perché non c’era tempo negli assedi, nei ghetti, nei campi di concentramento, per una scrittura distesa. Non c’era carta né spazio per la prosa. L’urgenza ha imposto di condensare l’esperienza, smaltire l’oppressione con un canto, saldare il conto delle perdite con un verso rovente. La poesia del Novecento è stata il roveto in fiamme sul monte Horeb, che arde senza consumarsi e attira da lontano i passi dispersi di un uomo nel deserto. È stata il poco suolo sacro sul quale mettersi scalzi. È stata scarsa di innamorati in sospiro sotto i balconi, poco e niente un affare da Dolce Stilnovo, molto invece di pronto soccorso, da rompere il vetro in caso di bisogno. Anche in Italia la poesia è stata la parola del Novecento, più della prosa, della narrativa. Ancora Ungaretti nelle trincee della prima guerra mondiale sigilla con i versi e le vertebre le sillabe troncate della sua generazione presa e buttata al macero. Inoltre la poesia ha saputo onorare le sorgenti della lingua italiana, i dialetti, raggiungendo la perfezione con il napoletano di Salvatore Di Giacomo, il milanese di Porta, il romanesco di Belli. I nostri dialetti: torrenti fragorosi a rifornimento dell’italiano che viene dopo, a valle. Senza di loro è stagno. I dialetti sono stati la nostra grandezza, l’unicità del caso Italia tra le lingue d’Europa. E la poesia ha onorato il debito. Dalle montagne viene e scende nelle gole il canto friulano Stelutis alpinis, sobrio e solenne. Le dosate scelte degli accademici svedesi hanno offerto il diploma del Nobel letterario a sei italiani, tre poeti, due drammaturghi, una sola voce narrativa. Con buona insistenza hanno indicato nel teatro italiano la medaglia d’argento, dopo la poesia, coi due nomi saldissimi di Luigi Pirandello e Dario Fo. E si sa che hanno a lungo pensato anche a Eduardo De Filippo. Il teatro è la più diretta e democratica delle arti. È lì sul palco, a portata di sensi, avvicina fisicamente le persone, le fa entrare nelle stanze senza alcuna separazione. Il teatro è la chisciottesca tra le arti, con i minori mezzi e la maggiore presa diretta. Il cinema è tanto più popolare, ma con i suoi primi piani riduce la recitazione ai centimetri quadri di una faccia e fa vedere solo quello che vuole lui. Il teatro italiano ha potuto reggere il confronto con la drammaturgia mondiale del Novecento, che è stata americana, ispanica, scandinava, tedesca. Il teatro di Fo è stato pronto di riflessi nel portare sulla ribalta, e perciò a ribaltare, la versione ufficiale della morte in questura dell’anarchico Pinelli. Il teatro sa essere immediato. Il cinema arriva troppo dopo. Il teatro sta in piazza, bastano quattro tavole di sera, dove al mattino c’erano i banchi del mercato. Il teatro del Novecento è stato anche italiano. Ultima a completare il mazzo, la narrativa, il formato “romanzo”, imbarazzante già dal nome: benché sia la maggioranza delle vendite in libri, è stato spaesato nel secolo furioso. Non si registra una grande opera sulle esperienze cruciali del secolo, le due risse mondiali, le leggi razziali. La guerra civile della Resistenza. Restano testimonianze, prove di risposta. Il dopoguerra italiano è stato raccontato dal cinema, capace di essere in quell’epoca il migliore al mondo. Tale fu la sua forza di attrazione da trascinarsi al seguito tutti gli scrittori del tempo, entusiasti di scrivere per la macchina da presa. La letteratura italiana del dopoguerra è stata contenta di fare l’ancella di pellicola. E ancora oggi ricavare un film da un libro sembra un atto di gran riconoscimento di valore. Sono cedimenti che si pagano quando si va a sgocciolare il peso e si fanno un po’di conti a consuntivo. Infilo di prepotenza nella letteratura del Novecento anche la grazia scorbutica di qualche verso riuscito di chi volle accoppiarlo a una musica. Fabrizio De André si è guadagnato un posto, in questo archivio, lo nomino sapendo che se ne infischierebbe di essere incluso. In appendice dev’esserci posto per un elogio ai nostri traduttori da altre lingue, che ci hanno portato in italiano i grandi libri del vasto mondo. Facchini da un vocabolario all’altro, ne abbiamo avuti di perfetti che non hanno lasciato cadere a terra la goccia di una sillaba. Uno per tutti nomino Tommaso Landolfi, dal russo. Infine una nota di mancanza: non c’è stato nel Novecento e non c’è ancora uno scrittore immigrato nella nostra lingua che riversi l’avventura delle miriadi che si spostano nel mondo e così spostano il mondo. Manca la voce che altri Paesi d’Europa già possiedono a rinforzo sanguigno delle loro vene narrative. Perduta l’occasione dei nostri emigranti, che scrissero nelle lingue di accoglienza, stentiamo a offrire la nostra ai nuovi italiani. “E forse io solo so ancora che visse”. Il verso sta per me a spiegazione di quello che può fare la letteratura, lasciare almeno una storia, almeno un nome in salvo, da una cancellatura generale.
 La scheda autore di Erri De Luca
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