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19 gennaio 2022
In Universale Economica
Erri De Luca: Vivere col vulcano
Tratto da “Il Mattino”, 30 ottobre 2002
Per ardimento, per mancanza di scelta, che a volte sono la stessa cosa, un popolo si trova ad abitare in posti scomodi, rischiosi. L’umanità è piena di temerari che tollerano l’azzardo. Una tribù di pellerossa insensibile al vuoto e alla vertigine ha trovato impiego nella edilizia dei grattacieli. I napoletani hanno ammansito e ammortizzato nel corso di secoli l’incubo di convivere sotto un forno colossale. Ereditano da una generazione all’altra un corredo di storie catastrofiche, di avvertimenti, miracoli, minacce e una vasta raccolta di eruzioni illustrate.
È un popolo tellurico, perciò inventore della tarantella presso il lungomare sulla spiaggia. Perché quello è il confine e tu abiti la striscia tra un vulcano e i pesci. Perciò abbiamo nervi comuni con i tarantolati del mondo, apparteniamo alle internazionali degli strapazzati, parenti di cileni e giapponesi, più che di padani. Un popolo tellurico, lo riconosci da come guarda il mare: con affidamento. Da noi pure quando è in burrasca è visto come una via di fuga, dall’incendio del suolo e del cielo, unica salvezza è il mare. Pure se si svuotano le budella roventi dell’inferno, il mare le saprà fermare. Un popolo tellurico vede nelle ondate che spazzano il suo golfo una forza di pace contro l’insurrezione periodica del fuoco. Si è dato un santo apposta, Gennaro, pratico di eruzioni, stratega difensivo che ha dato il meglio di se non tanto nello squaglio e riquaglio della sua reliquia benedetta ma al ponte dalla Maddalena dove alla testa del popolo sotto forma di statua ha fermato il fiume di fiamme. Il vulcano è il nostro popolo più certo della stella polare. Non tutti i napoletani dentro le loro case sanno indicare al di là del soffitto dove è il carro dell’orsa. Ma ognuno in qualunque stanza si trovi, sa dire per certo dove sta il Vesuvio. Da lì discende il resto dell’orientamento. Perché il vulcano è un faro piantato nel sistema nervoso delle generazioni.
Per chi è di Sud e sta sul mare, la neve è una notizia leggendaria. Per Napoli no, è il bavero elegante dell’inverno, quando all’improvviso al mattino il vulcano svetta come una cima delle Alpi, e il bianco degli occhi che lo guardano rimbalza sulla sua neve ed è più bianco. E i suoi strati di tufo sono la casa che abbiamo abitato. Voglio credere che il carattere di un popolo si rassodi nel sonno. Il nostro ha dormito nella pietra spenta delle eruzioni. Il tufo è la nostra intimità comune, nei nostri sogni c’è la polvere gialla corrosa dal salmastro, dai venti che sfregano sale contro la sua buccia. Di tanto in tanto spunta su un giornale qualche graduatoria sulla vivibilità delle città, Napoli non primeggia. È colpo dei parametri presi in considerazione. Non c’è la voce mare che consola e odora, non c’è la voce vento che trasporta sabbie e spezie lontane, ma soprattutto non c’è voce vulcano che dà peso di cenere e sveltezza di fuochista alla forgia di un popolo, e che popolo.
 La scheda autore di Erri De Luca
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