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19 gennaio 2022
In Universale Economica
Erri De Luca: In montagna il gioco pulito con il mondo
Tratto da "il Mattino" del 31 luglio 2002
Una sera di maggio di quest’anno alla vecchia osteria "Gallo Cedrone" un uomo sulla cinquantina raduna ventuno giovani e parla di montagna. Erto è il nome del luogo, un paese scosso dall’acqua del Vajont. Lui è un montanaro totale, alpinista, taglialegna, bracconiere al tempo in cui la caccia non era impagliatura di trofei ma cibo da accoppiare alla polenta. L’occasione è l’anno internazionale affibbiato alla montagna. Prima che il faretto acceso sposti il tiro su qualche altro guasto procurato ai paraggi, Mauro Corona affida a delle buone orecchie i suoi avvisi. Ora ai suoi titoli può aggiungere quello di scrittore, di scultore in legno, ora insomma ha un rango, ma l’ascolto che si è procurato viene dalla sua vita montanara.
Racconta quando va tagliato l’albero e secondo quale scopo: se è per ardere è in luna calante, se serve per le travi del tetto ha un’altra ora, un’altra ancora se ha da lavorare nell’acqua. E se il cemento un giorno si sgretolerà, ci sono legni che tagliati a tempo e luna giusta non cederanno mai. Un taglialegna bravo e forte riusciva a lavorare cinque alberi al giorno, incluso il tempo di togliere i rami e prepararli al trasporto. Oggi con la motosega un boscaiolo taglia 150 alberi in dieci minuti e li carica sui camion con le gru. E un tempo che tagliava 100 ne piantava 300. Oggi nessuno fa più quella mossa. L’ansia di accumulare ha risalito i monti, ha contagiato i pascoli alti. Nel posto giusto, dal pulpito di una sedia di osteria Mauro Corona parla di bestie di boschi, di mestieri, di foglie, dello smarrimento e della felicità. Non è un predicatore, è uno che ha ammucchiato sbagli indiavolati e fortune di angeli custodi sulle spalle, almeno due per lui. Ha messo il fondo dei pantaloni su tutte le cime dei suoi monti. A settembre saranno cento anni dalla prima scalata al "Missile di Pietra" come lui chiama il campanile di Val Montanaia. Ci siamo da poco saliti insieme legati ai due capi della stessa corda. Sulla cima hanno messo una campana e chi ci arriva, la suona.
Lui l’ha sbatacchiata e per la valle deserta è squillata la musica del ferro che festeggia due uomini sotto il cielo sgombro. Quella campana libera suona per tutte le montagne imprigionate da cavi e marchingegni di trasporto, suona per i monti avviliti a giocattoli con la neve finta.
Occorre ritornare indietro, all’andatura dei passi, retrocedere come da una cima. Lassù non si può andare oltre, da lì bisogna scendere perchè le cime sono inabitabili. Ecco: montagna è andare e ritornare lasciandola com’è. Non più per noi che nella cinquantina abbiamo già molto strofinato i corpi sulle rocce, ma per quelli che verranno e che da una cima di montagna si possono già intravedere. Siano benvenuti lassù tutti quelli che vengono col desiderio di giocare pulito con il mondo.

Erri De Luca
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