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26 aprile 2019
In Universale Economica
La Cina è vicina: il blog di Giorgio Bettinelli
Yu Italy? 25 agosto 2008


... Con i baffi impiastricciati di schiuma mi trovai a lanciare un lunghissimo ululato, dapprima quasi con circospezione, poi senza più ritegno, tra la perplessità divertita di alcuni vietnamiti che avevano preso ad attorniarmi e scuotevano la testa increduli, a metà strada tra un vago rispetto abbastanza immotivato e la consapevolezza motivatissima della follia altrui, e mi facevano domande in un inglese impavido, cantilenato con le curiose inflessioni delle lingue tonali, dopo aver visto la targa “Roma” e una strana scritta sulla fiancata della Vespa: From Italy to Vietnam.
Seduto sulla sella con le ginocchia tra gli avambracci, rispondevo usando a profusione le parole di vietnamita che avevo imparato fino a quel momento, mentre sotto il giubbotto di pelle il mio cuore batteva più forte del solito, in virtù di quella scarica improvvisa di nicotina.
“Iù Itàli?”
“Vàng.” Cioè: sì.
“Iù Saigon go moto?!”
“Vàng.”
“From Itààààààli?!?”
“Vàng!”
“Ahh!”
“Grupp? Iù grupp travell?”
“Khòng, dòc than ”(No, da solo).
A questo punto, come mi era già capitato in situazioni analoghe, per esempio in Iran, in Pakistan o in Bangladesh, si fa largo tra il capannello di gente, serissimo e con gesti pacati che impongono il silenzio, subito ottenuto, un signore vestito più elegantemente degli altri, con un viso che lascia trapelare una grande conoscenza delle cose del mondo (e non ultima, probabilmente, quella dell’inglese), che guardandomi fisso negli occhi mi chiede, con una palpabile vibrazione di solennità nel tono della voce:
“Iù Itàli?!”
“Yes.”
“Moto iù camm from Itàli?”
“Yes.”
“Iù alònn?”
“Yes.”
“Ochèi; tenk’iù.”
Poi traduce in vietnamita per gli astanti.
Con tutto quello che hanno lasciato qui gli americani (gli “Zippo” dei marines uccisi che adesso si vendono per le strade a pochi dong; i figli dati come ricordo alle vietcong riempite di botte e poi stuprate, o alle prostitute di Saigon nei locali fumosi con la voce di Mick Jagger in sottofondo; l’incubo del napalm e dei villaggi rasi al suolo, i cadaveri di sessantamila poveri Yankee e di milioni di poveri “musi gialli”); dopo tutto quello con cui hanno marcato indelebilmente questo paese, gli americani avrebbero potuto anche lasciare maggiori tracce della propria lingua, dietro di sé.
In quell’inizio di marzo del 1993, quando parcheggiavo la Vespa davanti al chiosco di bibite e ritrovavo nella memoria la mia miscela di sapori, il Vietnam non era ancora diventato una destinazione turistica troppo “alla moda”; il Club Med non vi aveva ancora aperto villaggi con animatori fracassoni e feste in costume per il 14 luglio, e le agenzie di viaggi lo includevano timidamente nei loro programmi.
L’embargo economico e le sanzioni da parte del governo di Washington erano ancora in vigore, sebbene da qualche mese la loro pressione avesse cominciato ad allentarsi; la guerra con la Cina per il confine nord era da poco finita, con i disperati naufragi di centinaia di boat-people, e per le strade di Saigon (che adesso si chiamava Ho Chi Minh City, anche se i suoi abitanti continuavano a chiamarla Saigon) vedevi circolare pochi stranieri, backpackers e “viaggiatori” più che turisti nel vero senso della parola, i quali avevano quasi tutti, indistintamente e loro malgrado, una comica sindrome da voyeur a luccicargli negli occhi. E ancora meno stranieri vedevi circolare ad Hanoi, la capitale del Vietnam riunificato, o nei villaggi lungo i 2000 chilometri di costa da Hanoi fino al delta del Mekong, attraverso i quali ero passato in due settimane per raggiungere la destinazione finale del mio viaggio su due ruote, avendo sicuramente negli occhi lo stesso inconsapevole luccichio voyeuristico.
La tragedia della guerra, e la sua ineguagliata (forse ineguagliabile) risonanza sui giornali di tutto il mondo, nella cinematografia, nell’opinione pubblica e nella mente di almeno due generazioni di occidentali, avevano fatto del Vietnam un paese speciale, l’avevano caricato di significati simbolici e d’implicazioni emotive che altri paesi sicuramente non possedevano; avevano mitizzato, almeno ai miei occhi, la sua gente attribuendole tratti di stoicismo e di sopportazione infinita.
Proprio il fatto che i vietnamiti fossero così cordiali e ben disposti verso i pochi stranieri che gli capitava di incontrare, dopo tutto il dolore incamerato non solo nella guerra con gli americani ma in quella per l’indipendenza dai francesi; che sembrassero non avere rancore nei confronti degli occidentali ed anzi sorridessero sempre di buon grado, non di loro ma con loro, appena se ne presentasse l’occasione; che fossero così allegri e avessero una voglia a dir poco struggente di divertirsi e di dimenticare, invece che di starsene in un angolo a leccarsi le ferite... Proprio queste erano le cose che mi meravigliavano maggiormente nei contatti che avevo di giorno in giorno con loro, e che accrescevano le connotazioni quasi mitiche che questo popolo già aveva.
Quando anche la seconda lattina di birra finisce, insieme alla quarta sigaretta, saluto a destra e sinistra distribuendo quei sorrisi un po’ imbarazzati da persona contenta, dò un’occhiata alla piccola mappa di Saigon sull’ormai consunto South East Asia on a Shoestring e metto in moto la Vespa per dirigermi verso la vicina stazione ferroviaria, dove so di poter trovare qualche albergo a buon mercato.
Dopo aver visto un paio di camere davvero squallide, decido che almeno per quel giorno è il caso di celebrare, e regalarmi una sistemazione come si deve anche dando fondo agli ultimi biglietti da venti dollari che mi sono rimasti in tasca.... Intanto festeggiamo; poi si vedrà.

 
I vostri commenti
Il commento di Ferrero Giuseppe 2 febbraio 2011


Ciao Giorgio, sono un "vespista" di lungocorso dal lontano 1976. Le tue avventure mi hanno sempre confortato e spesso nei miei viaggi avevo (ho ancora) la sensazione di volare al tuo fianco. Credimi sono geloso della mia vespa e leggendo i tuoi libri capisco il perchè. Grazie di essere stato quel personaggio avventuroso che tu eri. Come diciamo noi Alpini, sei Andato Avanti. Apri la strada tu, noi ti seguiamo. Brum Brum.


 
Il commento di aristidazzo 13 settembre 2008


Ho letto l' ultimo libro finalmente; l' avevo visto in libreria a giugno ma non lo presi allora, aspettai di avere due o tre giorni liberi consecutivi per leggerlo da sdraiato ma con l' occhio attento alle tue avventure e senza addormentarmi: W il casco "rilegato in pelle" !!! Che gli Dei continuino a sorriderti !!!


 
Il commento di madmeth 11 settembre 2008


...e va cosi', già, proprio come dici te. come il viene ed il va, come il fastidio che non molla o la pace che c'era, ...e com'era? come appena tornato da zanzibar, giusto sta notte, giusto in tempo per finire il "tuo" all china tour e sentire che ora basta leggere... ora tocca a ciò che ho visto


 
Il commento di giorgio per elio 7 settembre 2008


Perché non lo ripeti gridandolo, Elio? Come si fa a non mare il caso!. Belle 8 parole messe tutte insieme in una riga; e come si fa a non amare il caso, allora?


 
Il commento di giorgio per mad 7 settembre 2008


Pienzzza te, Mad: ma la vita mica è fatta di compartimenti stagni, la vita comprende ciò che è compreso, la vita tracima e tralascia e tritura e troppe cose richede; la vita mette insieme quello che ha richiuso, e in un modo o nell'altro di dona la possibilità di espettorarlo come catarro. Verde e giallo come la vita appunto; venata di rosso e blu e va pensiero.


 
Il commento di giorgio per tom 7 settembre 2008


Tommy, solidarietà affeziona. Giorgio impunito e affezionato.


 
Il commento di TommySprint 3 settembre 2008


Ciao Giorgio! Bisogna che prendo d'assalto la libreria per questa nuova perla!E pensare che ho iniziato a rileggere i tuoi libri dal primo! Comunque oh!è sempre un piacere!


 
Il commento di madmeth 2 settembre 2008


non ci credo. torno ora dalla libreria, dove ho sfogliato l'unico libro di "jo" che mi manca. mi sono concesso di leggerne uno stralcio, l'inizio. ora torno a casa e trovo nel blog lo stesso passo. penza te'. ;). ciao jo


 
Il commento di Elio 26 agosto 2008


Nel mio viaggio a ritroso fra i tuoi viaggi, attraverso i libri come un gambero dalla Cina fino a Roma, ti incontro oggi a Saigon sulle pagine e sullo schermo. Come si fa a non amare il caso? Felice di averti incontrato. Un saluto Elio


 
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