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Bar Trattoria Cento Torri, Pavia 4 settembre 2009


Bar Trattoria Cento Torri - Corso G. Garibaldi , 36/C - 27100 Pavia. Tel. 0382 24100
Visitato il 3 settembre 2009; voto 8/10

C’è una di quelle strade, a Pavia, che fanno quartiere. È corso Garibaldi, e siamo in pieno centro. Per chi conosce un po’ la città, è una traversa verso il basso di Strada Nuova, a meno di cento metri in linea d’aria dal Ticino. Corso Garibladi fa quartiere perché è una strada lunga e stretta, raccolta, poco o nulla toccata dal riarredo e riassesto urbano. Ha un’allure popolare ma ordinata, ci sono mercerie e baretti, ma anche i migliori negozi di abbigliamento e di design. L’aria che si respira è vagamente bohemienne, ma raffreddata dal tipico understatement – o forse ci sta meglio scetticismo – pavese.
In fondo a questa strada, dove si allarga a imbuto e si apre una piazzetta sul lastricato, di fianco a una vecchia, inossidabile sezione del PCI (ora di Rifondazione) c’è il Bar Trattoria Cento Torri. Cento torri perché Pavia (non lo sa nessuno) è una città stracolma di torri, nascoste nel piano inclinato fitto di palazzi e stradine del centro storico, e particolarmente numerose proprio in zona Garibaldi. E Bar Trattoria perché questo, il Cento Torri, in realtà è.
Eh no, non sto parlando di un super-restaurant. Niente arredamento minimal e trendy, niente menù degustazione, niente cucina di ricerca innestata su tradizione & territorio. Parlo di un localino che, di fianco all’ingresso col bancone del bar, ha una saletta che contiene sei tavoli per 15, massimo 20 coperti. Non ha un sito internet, non ho nemmeno trovato una foto. Quella dell’immagine l’ho presa in rete, trovata per caso, e le serrande (chiuse) del 100 Torri – preso nella foto per sbaglio – sono quelle in verde sulla destra.
Gestione familiare, in sala i signori Calvi, in cucina il figlio. Il menù non c’è, te lo legge al momento la signora, quando ti siedi a ordinare. Con gentilezza, e con giusto orgoglio, ti elenca i piatti: 3 o 4 primi, 3 o 4 secondi, 4 dessert. Sempre così e sempre diversi nelle numerosissime volte che l’ho provato negli ultimi anni. L’unico “in carta” da sempre è il leggendario filetto al ristretto di vino rosso. Leggendario perché una volta osarono toglierlo dalla lista, e i clienti praticamente insorsero!
Qual è la caratteristica di pregio di quel che si mangia? Che i piatti non sono affatto da osteria. Non sono né tradizionali né qualunque. Sono pensati, studiati, ricercati. Sono costruiti su sapori e ingredienti familiari ma cucinati con fantasia, con buon gusto, con inventiva. E oltre la certezza del filetto al vino rosso, c’è sempre il gusto della sorpresa, dell’anticonformismo, e mai si è delusi.
Ci sono stato due giorni fa, con mia moglie e un amico. Nell’ingresso-bar c’era la Provincia Pavese a disposizione su un tavolino. Erano le otto, e le hanno suonate i rintocchi di un pendolo. Alle pareti ho ritrovato le care, vecchie, ingiallite stampe e qualche quadro un po’ così. Cinque minuti prima ero passato davanti alle vetrine e le luci erano ancora spente: le hanno accese per noi. Ci siamo seduti ai tavoli semplici ma belli, davanti a una mise en place essenziale e confortevole. Abbiamo chiacchierato, felicemente a nostro agio. Abbiamo socializzato con la coppia al tavolo accanto al nostro. Abbiamo conversato amabilmente con la signora Calvi. Abbiamo mangiato spaghetti alla chitarra con funghi porcini, e rigatoni alla salsa di pomodoro e ricotta splendidi e gustosi… che raccontati così sembrano i soliti piatti e invece erano costruiti con delicati tocchi di novità che li rendevano soprendenti. E poi degli involtini di spinaci in strato di orata e delle code di gambero con cous-cous alle verdure e tortino di cozze fa-vo-lo-si. E dolci al cucchiaio a base di crema di gianduia, yogurt e caffè. E caffè per tutti. E due bottiglie d’acqua e mezzo litro di vino. Conto? Novanta euro. Trenta euro a testa, per una qualità da ristorante di gran classe. Niente, meno che in una volgare pizzeria
Il Cento Torri è una sicurezza, non si sbaglia: si sta bene, si mangia bene, e ci si diverte. È un posto che frequenta Mino Milani, è un posto dove vado io: magari me lo sto inventando, ma mi piace pensare che sia un posto dove vanno gli scrittori, i docenti universitari, gli artisti di Pavia. Perchè è un posto dove l’estrosità e il puritano buonsenso lombardo trovano un perfetto punto di equilibrio, in sala e in cucina. Sì, somiglia al quartiere di Corso Garibaldi: sospeso tra fascino bohemienne e scetticismo popolare.

 
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