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In Universale Economica
Pino Cacucci: blog per viandanti
Sfoghi, riflessioni notturne sui misfatti quotidiani, considerazioni poco pacate di un inguaribile bastiancontrario.
ciao don Gallo 22 maggio 2013


Qualche tempo fa ho partecipato alla messa più lunga della mia vita. Certo, non faccio testo al riguardo, visto che per me una messa è fatto raro, purtroppo quasi sempre legato a un ultimo saluto a persone care. E questo rischia di infondere un’idea lugubre e tetra, quando invece, una messa può essere un gioioso inno alla vita, un’occasione di incontro, e perché no, lo spazio comunitario dove irridere i potenti...
Comunque, una messa che dura una mattinata è un evento singolare.
Sull’altare c’era don Gallo, accanto a frate Benito Fusco, ed eravamo nell’eremo di Ronzano, luogo di serena bellezza sulle colline bolognesi, così accogliente che, per certe gerarchie ecclesiastiche, era diventato un punto di aggregazione di “genti sovversive”, o per dirla nel loro linguaggio, “fonte di continui errori pastorali”; intere famiglie, tanti bambini, giovani e meno giovani, animati e pervasi da un sentimento che quest’epoca ha fatto di tutto per decretarne l’estinzione: la solidarietà.
Quella giornata era una festa, ma anche una sorta di addio a Ronzano come lo abbiamo conosciuto e frequentato negli ultimi anni: frate Benito veniva allontanato in una miniparrocchia nella piana depressa, ma lui, che è missionario, fermo a lungo non ci sta, e men che mai in silenzio.
La messa è stata un tripudio di accorata partecipazione collettiva, con don Gallo che spesso faceva vibrare la navata per gli scrosci di risate, riso sano e bonario che scaturiva dalla sua salace ironia, bersagliando papi e cardinali con fraterna simpatia, mai con rancore. Un’allegria che rendeva la messa una vera comunione tra genti delle più disparate provenienze, con momenti di commozione e persino di giusta indignazione quando dall’altare don Gallo approfondiva questioni che fanno sanguinare il cuore ai sensibili.
Poi, tutti a pranzo, rinvigoriti dall’ottimo pignoletto delle vigne dell’eremo. A quel tavolo ci sono rimasto fino al tardo pomeriggio, dialogando con don Gallo che, appassionato e irruente, ha parlato senza sosta, e non c’era argomento che venisse tralasciato, spaziando da Genova all’America Latina, dall’opulenza immobiliare vaticana alla penuria delle missioni tra l’Africa e l’Asia, dai vizi pubblici dei politicanti alla decadenza o vera e propria degenerazione perversa di un’intera classe dirigente... E sempre con quell’ironia che gli balena nello sguardo limpido, e quando il pomeriggio ha preso a scivolare nella sera, a malincuore abbiamo dovuto lasciare quella tavola variopinta di coscienze, perché don Gallo aveva un impegno altrove e doveva rimettersi in viaggio. Nell’abbraccio, ho stretto pelle e ossa e un cuore immenso.
È un ricordo recente che subito è riaffiorato quando Pino Bertelli mi ha mostrato queste foto, questi volti che Pino – con sensibilità acuta e attenta – sa ritrarre rendendoli storie narrate e da narrare, cogliendo espressioni che da sole ti trasmettono una vita, con tutte le sue sofferenze e le sue gioie, ritratti di persone diversissime forse per percorsi e sogni e cadute e ripartenze, ma accomunate da ciò che Pino riesce a far emergere dai loro visi e dai loro sguardi: la dignità.
Guardo le foto e viaggio all’interno della Comunità di don Gallo, immaginando mondi che si incontrano, nelle pagine di questo libro intriso di speranza, «e la speranza, come l'utopia, è al fondo dei sogni e delle lacrime degli uomini migliori, anche se sovente non lo sanno...», dice lui stesso, artista e viandante, mi amigo y tocayo, come dicono in Messico a chi porta lo stesso nome.

 
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