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24 settembre 2017
In Universale Economica
Salviamo l'Italia dai Baroni: il blog di Nicola Gardini
Un dibattito aperto su università, cultura e società.
Cervelli 5 luglio 2009


Cervelli

Ieri sabato 4 luglio, giornata bellissima di sole, sono andato a parlare dei Baroni alla “London School of Economics”. È passato a prendermi sotto casa, a Oxford, con la sua elegante AUDI blu, Fulvio Allegretti, un simpatico napoletano responsabile dei sistemi internet della BBC. Con me erano invitati a parlare Fulvio D’Acquisto, scienziato della Queen Mary University, e l’onorevole Laura Garavini, eletta nel 2008 alla Camera dei Deputati e firmataria del disegno di legge PRIME. Alla fine si è trattata di una riunione di simpatizzanti del Partito Democratico, molto carina. L’aula che ospitava l’incontro era piena: piena di emigrati come me – medici, economisti, biologici, esperti di diritto internazionale, professionisti affermati a vario livello così come dottorandi o neodottorati. Gente di grandissimo valore, intellettuale e umano, a giudicare dai discorsi che ho sentito. Credo che in quell’aula io fossi il solo umanista, anzi letterato – umanisti essendo anche i medici, benché loro lo abbiano dimenticato (e la mia unicità mi ha fatto sentire ancora più drammaticamente la solitudine istituzionale in cui si dibattono gli studi letterari, la perdita di peso che la letteratura ha subito negli ultimi decenni, nell’Occidente in generale – ma questo è un altro discorso, che prima o poi affronterò a parte). Io ero lì in veste di testimone e ringrazio i colleghi della “London School of Economics” per avermi dato spazio e credito. Finora non mi era mai capitato di presentare i Baroni in un clima tanto simpatico e vivace. Ma non ero io il centro dell’evento. Il riflettore più luminoso era puntato sull’Onorevole, invitata a illustrare il suo progetto di legge. PRIME intende riportare i cervelli a casa. Dunque, si propone di creare le condizioni economiche e pratiche perché ciò avvenga. Il progetto prevede una commissione di cinque membri di fama internazionale che provino l’eccellenza del cervello di turno e quindi ne certifichino per così dire il diritto al rientro. Con il cervello arriverebbero apparecchiature, quattrini e sgravi fiscali per l’Università ospitante – insomma, un bel regalino. I dettagli sono ancora tutti da definire, e non è escluso che si possano definire in maniera ottimale. Il progetto di legge, però, non prende nella dovuta considerazione lo stato dell’università italiana, cioè quel sistema di logiche, abitudini e rapporti mafiosi con cui il cervello rientrante andrebbe immediatamente a cozzare. Qui non la faccio lunga e non esprimo neppure uno dei miei numerosi dubbi sulla riuscita di un simile progetto, che – secondo la simpatica Onorevole – ha l’ambizione di innestare un circolo virtuoso, cioè di modificare dall’esterno il pessimo stato delle cose, immettendo sangue buono in quello cattivo (la metafora è mia), mentre a me pare che non abbia affatto chiari i suoi obiettivi ed è una delle solite soluzioni provvisorie che tanto piacciono alla mens italiana. Tornando alla mia metafora, ma quale fiducia spinge l’Onorevole a credere che il sangue nuovo sani quello vecchio e non finisca invece per infettarsi a sua volta?
In aula molte e motivate le critiche: come si può pensare che questo progetto – sempre che trovi terreno per attuarsi – risolva la situazione grave dell’università italiana? I provvedimenti devono essere altri e devono mirare a risolvere le cose dall’interno: abolendo i concorsi, valutando l’opera dei dipartimenti e degli individui, mandando in pensione quelli che hanno più di 65 anni, licenziando i fannulloni, ridando fiducia e autonomia agli studenti etc. etc. Tutte critiche che condivido pienamente.

Qui mi limito a dire, a titolo del tutto personale: per quale ragione al mondo io dovrei sottomettermi al parere di una commissione e fare la fatica di provare che sono degno di tornare in un sistema che mi ha respinto? Non dovrebbe essere prima di tutto preoccupazione di quello stesso sistema correre ai ripari e lottare in tutti i modi per riavermi, se è vero che sono così bravo (non lo prova già il fatto che sono chirurgo di fama mondiale in un grandissimo ospedale, che dirigo un laboratorio milionario, che insegno a Oxford o a Cambridge etc.?) e chiedere scusa? Insomma: che cosa dobbiamo noi emigrati all’Italia? Perché noi da fuori dovremmo farci carico di risolvere una situazione di cui siamo stati vittime? Bravo il medico che ha detto: “Io ho solo voglia di cambiare passaporto”. È stato più applaudito dell’Onorevole.

E poi: chi ha voglia di tornare in Italia? È stato bello incontrare decine di persone che come me hanno trovato la felicità e del passato – quel passato – hanno solo disgusto.
 
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