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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
25 aprile 2017
In Universale Economica
Lo sapevo, non dovevo ammalarmi. Il blog di Roberto Levi
Lasciate ogni pudore voi ch'entrate. Come in uno dei capitoli del libro, qui si condividono esperienze e stati d'animo riguardanti il nostro impatto con il mondo sanitario. Scopriamo quanto la malattia ci renda simili al di là di ogni ragionevole dubbio.
Mai lamentarsi dei pasti in ospedale 26 aprile 2008


A turno, con i miei compagni di stanza, poco prima che arrivasse il carrello con il rancio ospedaliero ci divertivamo a domandarci ogni giorno "che ci sarà di buono oggi?". Ci serviva per fulminare con lo sguardo, ogni volta, chi era di turno con la domanda. Ci si consola con pochi e innocenti facezie, quando si è ricoverati. Consiglio sempre i pazienti, complice la mia articolata esperienza di degente, di non lamentarsi mai dei pasti in ospedale. Sì è vero, in linea di massima sono pessimi fatte salve le dovute eccezioni, ma costituiscono comunque un'abitudine rassicurante in un posto dove ci si aggrappa a ogni possibile rito, anche il meno soddisfacente, per non sbandare. Nel mio primo ricovero ricordo che il pasto-base era generalmente costitutuito da tre ricorrenti elementi: la pasta scotta, il purè marmoreo e le fette di prosciutto cotto perfettamente e inossidabilmente incollate l'una all'altra. Ogni volta così. Ci eravamo ormai affezionati a quel tipo di alimentazione, senza neanche farci più domande sul perchè la pasta dovesse essere necessariamente scotta, il purè sempre marmoreo e le fette di prosciutto mai libere di esistere individualmente. Un giorno, all'improvviso, capitò l'imprevedibile: mentre la pasta arrivò sempre scotta e il purè immancabilmente marmoreo, le fette di prosciutto ci si appalesarono dotate di vita autonoma, ben staccate l'una dall'altra, ognuna con un aspetto clamorosamente vitale. Fu uno choc per tutti. Rimanemmo minuti a fissarle senza riuscire a mangiare niente, questo per dire cosa può provorare l'interruzione improvvisa di un tipo di consuetudine che si era ormai consolidata. Si accesero anche antipatiche discussioni tra noi malati, del tipo: ma allora si può, allora potrebbero. Allora un mondo diverso non sarà forse possibile ma un prosciutto migliore sì. E perchè quindi non è così tutti i giorni? Non toccammo cibo, quel giorno. E aspettammo con ansia il pasto successivo. Il giorno dopo, per fortuna, ci venne tolto ogni dubbio: la pasta arrivò sempre scotta (e fin qui tutto ok), il purè sempre marmoreo (e anche qui ci siamo) e le fette di prosciutto tornarono ad essere perfettamente incollate l'una all'altra. Tirammo tutti un sospiro di sollievo e ritornammo a mangiare con gusto: il giorno prima si erano semplicemente sbagliati.


 
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Non uccidermi o morirai anche tu 12 marzo 2008


Voglia di invecchiare
 
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Il contagio della solidarietà 2 marzo 2008


Indolente sarà lei
 
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La parola ai medici 20 febbraio 2008


mi scrive una dottoressa bionda
 
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