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29 maggio 2017
In Universale Economica
Il circo capovolto. Il blog di Milena Magnani
La verità è che si continuano a stabilire linee di confine. Ci si trova collocati di qua o di là da una recinzione. Però io dico che si può provare a camminare sopra la recinzione, calpestandone il filo spinato, in un eterno sconfinamento.
Non ci sono i vestiti adatti per andare alla foiba di Basovizza.Un racconto e tante domande. 11 febbraio 2010


Noi che siamo i nipoti dei Napoletani mandati dal Duce per italianizzare la Venezia Giulia e abbiamo le mani fredde per la bora.
Noi abbiamo provato ad andare a Basovizza intorno all’imbocco della foiba, abbiamo provato ad andare a vedere e c’erano tante persone riunite in cerimonia. In un primo tempo abbiamo notato il numero e poi abbiamo notato le camice nere che indossavano. Erano ragazzotti soprattutto, qualche esaltato con il tricolore e l’aquila, ed altri che cantavano gli inni del Duce alzando il braccio in un saluto romano.

Qualcuno ci aveva detto che i tempi erano maturi per andare a piangere i morti, tutti, per andare a piangere i morti di tutte le fazioni contrapposte di un periodo che aveva impregnato questa terra di sangue.
Che il carso, ce l’ha spiegato un giorno un maestro, è come una spugna che ha assorbito il sangue di troppe ferite incrociate della storia. .
E infatti stavamo andando là, e con noi c’era anche la vicina di casa di mio padre che è di origine istriana. .
Era mattina e dopo il vento dei giorni prima il cielo era terso e la luce era forte.
Di colpo mio padre ha detto che non era una cerimonia come lui la immaginava, ha detto con la vicina: ci scusi, ma noi, anche se mio padre era un fascista, noi non siamo “camiciati” di nero, e quindi torniamo indietro.
Anche la signora era a disagio. Si capiva. Ha tergiversato un attimo poi ha espresso l’intenzione di tornare indietro al nostro fianco.
Siamo tornati a casa in silenzio e io in macchina ho mangiato un dolce austriaco. Non so perché riferisco questo particolare, forse perché qui la storia oltre che nell’aria è anche in tutto quello che si mangia.

Ma mentre mordicchiavo il mio kranz lo domandavo: perché torniamo indietro papà?
Mio padre mi ha spiegato che il Duce, a suo tempo, ha fatto tanti morti, e che non si indossano gli abiti di un criminale vestito di nero per andare a piangere i morti fatti da un criminale vestito di rosso.
E poi mi ha detto che per lui vale ovviamente anche l’opposto, e quindi non vestirà mai gli abiti di Tito che era il criminale rosso per andare a piangere i morti fatti dal criminale nero.

E che abiti andiamo a metterci babbo per tornare in quel posto?

Non ci sono ancora abiti per queste cose, ha detto mio padre , è meglio stare vestiti come siamo e stare a casa.

Questo è capitato qualche anno fa. Da quel momento in avanti alla foiba di Basovizza non ci siamo andati più.
Nel frattempo per spronarci a celebrare il lutto dei profughi istriani, le istituzioni ci rammentano con più impeto la ricorrenza la giornata del ricordo. Ma i ricordi delle persone qui sono diversi e multiformi e non ci stanno dentro singoli giorni. Solo che cambi strada o condominio c’è il ricordo di un dolore opposto. Per ogni infoibato ad esempio, mi ha spiegato mio padre, c’è un morto assassinato anche dall’altra parte.
Per ogni partigiano che ha avuto la stelletta al merito, ce n’è anche un altro fatto fuori dai Titini perché ideologicamente non allineato, perché troppo italiano, o troppo libertario.

Non è facile da accettare. Dicono che il tempo placa le ferite della storia. Sì ma qua sembra che i fronti del dolore invece che placarsi con il passar del tempo si moltiplichino.
Una volta, forse perché ero bambino, credevo che i fronti del dolore fossero due, poi ho capito che forse sono stati tre, quattro cinque e sei.
Gli sloveni ad esempio. Quelli che si erano trovati in questa Venezia Giulia sotto il dominio fascista, loro non avevano dovuto cambiare nome? Non gli era stato impedito di parlare la propria lingua? Non sono stati sottoposti alla reclusione forzata nei campi?
Come si chiamava quel campo di concentramento? Gonars?
E quindi mentre gli istriani piangono nel giorno del ricordo, gli italiani di minoranza slovena piangono in un altro giorno? Forse, mi dico, piangono nel giorno della memoria, giorno in cui si commemorano le vittime delle persecuzioni e delle deportazioni naziste e fasciste. E il risultato qual è? Che un gruppo piangerà il 10 febbraio e l’altro il 27 gennaio. Però le lacrime cadono sulla stessa terra. Che strana e indigesta faccenda.

Mio padre un giorno mi ha raccontato la storia di un gruppo di Goriziani e di Monfalconesi che optarono per trasferirsi in Slovenia per costruire una società comuista. Quelli che mesntre gli optanti istriani abbandonarono l’Istria fecero invece la strada inversa e abbandonaro l’Italia per costruire il comunismo Titino.
Dice che non si è mai saputo spiegare perché i combattenti di Tito attuarono contro di loro una persecuzione puntuale e trasversale. Quelli che poi cercano di rientrare in Italia dove vennero vissuti come traditori della patria, sovversivi e devianti.
Quando li piangiamo quelli? Che divisa indosseremo per piangerli?

E che dire poi degli strati geologicamente più sommersi? Delle sepolture precedenti della storia? Già perché se questa terra ha un primo strato di dolore, sotto ce n’è un secondo. E non a caso poco sotto i morti dell’otto settembre, e accanto agli infoibati, stanno anche gli Italiani di Caporetto morti solo ventisei anni prima. Potevano essere i fratelli maggiori o i padri dei primi. Quelli quando li vogliamo piangere, il 22 ottobre?

Non so se riesco a mantenere il mio senso di cittadinanza italiana passando attraverso tutta questa irrisolta faccenda.

Nel frattempo, da qualche anno, al nostro calendario si sono aggiunte le celebrazioni per il crollo dei confini italo sloveni, e infatti io e mio padre siamo stati alla grande festa di rimozione delle sbarre di frontiera al valico di Fernetti.
Non so dire quale fosse l’emozione.
Di certo però questo smantellamento non ha dato alcuna spinta a un istanza di riappacificazione.

Non vorrei che qualcuno avesse fantasticato che circoscrivendo il dolore dentro il contesto limitato di un giorno ufficiale, ci sarebbe poi stato tutto il resto dell’anno per lasciarlo seccare come carbone, in modo da poterlo maneggiare come una materia inanimata, un fossile, un sasso da potersi togliere dalla scarpa.

Mio padre dice invece che ciò che non viene dissotterrato, scoppia tutto d’un tratto, tra le mani, mentre si fanno le cose di tutti i giorni e non c’è modo di salvarsi.

So di dire il vero se riferisco delle invidie di una certa parte della cittadinanza verso i discendenti dei profughi istriani. Quell’invidia tutt’ora borbotta e ha come oggetto i sussidi dello stato che le famiglie degli esuli hanno ricevuto nel tempo. E non invento se dico che qualche giorno fa un signore che al bar ha detto che ora gli istriani vendono le case che gli lo stato italiano gli aveva costruito, si tengono il ricavato e poi chiedono pure la restituzione dei beni espropriati loro in Istria. Non invento se riferisco di aver sentito dire che si sono arricchiti due volte.
E la minoranza slovena? Come se la passa? Si sono fatti ridare indietro tutto il loro originario cognome?
E che dire del ritorno finalmente celebrato della loro lingua di minoranza? E’ un riscatto o un ‘invasione’ vedere che gli itialiani corrono a iscrivere i loro figli nelle loro scuole? Perché lo fanno? Perché la scuola italiana sta precipitando a picco? O perché c’è davvero una spinta all’intercultura?
Mi sbaglio o anche questa idea di intercultura ha suscitato in questi ultimi tempi una serie di infinite e contrapposte posizioni polemiche?

Non dovevamo stemperare i fronti? L’era della globalizzazione non doveva essere quella della cittadinanza europea senza barriere?

Cosa si deve pensare?
Cosa ci suggeriscono i vari intellettuali a partire da Rumiz per passare da Magris e per approdare al grande maestro Pahor, che soluzioni suggeriscono?
Ci sono soluzioni?
Se prendo ad esempio tre bambini e racconto loro le storie diverse e contrapposte dei loro nonni, cosa ottengo?
Ci sono delle strategie perché queste diverse memorie possano essere tenute insieme?
E’ servito a qualcosa l’incontro ad esempio tra Fini e Violante? Non ha forse solo inasprito di più gli animi?
E se invece taccio, se non dico nulla, sono sicuro che il passato non filtri tra gli interstizi del presente e non si faccia sentire nella piccola dimensione del quotidiano con ancora più acredine?
Quella stessa acredine che portano in seno tutte le faccende irrisolte?

E se i bambini continueranno a sentire questo passato così inimicante, chi è che dovrà aiutarli a fare una elaborazione? C’è un progetto?
O stiamo lasciando questo lavoro così delicato all’inventiva personale e alla buona volontà di qualche motivato educatore?
Stiamo dando agli insegnanti della scuola gli strumenti per maneggiare una materia così difficile e delicata?

Il dubbio che ho è che si finisca in verità per delegare il processo di rielaborazione di un passato così duro, ai meccanismi anestetizzanti della società dei consumi. Che si lasci che avvenga una trasformazione dei cittadini dotati di storia e di memoria in consumatori senza altra identità, che si aspetti che i bambini vengano uniti dallo stesso morso ai panini di mc donald, o dallo sguardo perso sullo stesso schermo televisivo che ottunde il proprio sentimento profondo di cittadinaza.

Io per ora di certezze non ho. So solo che alla foiba di Basovizza mio padre non mi ci ha voluto portare più. Perché noi non siamo camiciati di nero, non siamo camiciati di rosso.
E per quelle cose, dice lui, non esistono ancora abiti adatti e quindi è meglio tenere i nostri vestiti addosso e stracene a casa.








 
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Se la taranta si fa Europa 17 agosto 2009


nessuna identità può sopravvivere se la si chiude ad ammuffire nelle teche del proprio museo locale poiché c’è futuro solo se le identità accettano di potersi confrontare.
 
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Facciamo un gesto di onestà. Nel giorno della memoria. Con discrezione, portiamo alla bocca un confetto di chewing gum e mastichiamoci un po’ di silenzio. 27 gennaio 2009


Facciamo un gesto di onestà. Nel giorno della memoria. Con discrezione, portiamo alla bocca un confetto di chewing gum e mastichiamoci un po’ di silenzio.
 
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CHI SIETE? COSA PORTATE? SI MA QUANTI SIETE? UN FIORINO!! 5 luglio 2008


IL NOSTRO SGUARDO SUI ROM E’ LO SGUARDO DI CHI STA SCIVOLANDO NEL NULLA.
 
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 Il circo capovolto. Il blog di Milena Magnani
 Non ci sono i vestiti adatti per andare alla foiba di Basovizza.Un racconto e tante domande.
 Se la taranta si fa Europa
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